DIPENDENZA

L’essere umano per sua natura è dipendente: senza dipendere i bisogni primari di sopravvivenza (nutrimento, riproduzione…) non potrebbero essere soddisfatti. Si diventa indipendenti proprio con la capacità di avere relazioni di dipendenza con le altre persone.

Si possono più correttamente definire una dipendenza sana e dipendenza patologica, quest’ultima intesa come ricerca disperata dell’altro/dell’oggetto o fuga da esso, visto come minaccia.

Ma ancora “dipendenza patologica” non rende pienamente la complessità, il termine più corretto è “Addiction” (dal termine giuridico latino “addicere”, riferito all’istituto romano di rendere schiavo del creditore il debitore insolvente, fino a che non avesse ripagato il debito), che delinea una condizione di schiavitù. Il suo utilizzo in ambito clinico indica il sommarsi di “dependence” (che connota la sindrome data da tolleranza e astinenza), e “craving”, la fame ossessiva e non controllabile di quello che diventa l’oggetto del desiderio.

terapia della dipendenzaL’addiction (da sostanze psicoattive, da comportamenti quali gioco d’azzardo, shopping, videogiochi, social network, dispositivi tecnologici, Rete…) è, dunque, una patologia peculiare, con un quadro sindromico e caratteristiche specifiche. Non è possibile definirne a priori le cause specifiche, non è generalizzabile, non sempre c’è un disagio preesistente. Ci possono essere fattori predisponenti, ci sono relazioni tra il tipo di sostanza psicoattiva o il comportamento, l’ambiente sociale in cui si incontra l’oggetto, la storia personale, il momento di vita, le caratteristiche personologiche… Tutto avviene in un incontro, nella relazione che si instaura con quell’oggetto che più di ogni altro soddisfa i bisogni, allenta le tensioni, migliora il proprio umore, le proprie prestazioni, in una ricerca di superamento di limiti e delle angosce che attraversano ogni fase di vita. Si crea l’illusione di poterle usare ai fini di un miglioramento del proprio stare nel mondo grazie ad oggetti facili, che possono dare solo soddisfazione immediata e un piacere momentaneo, nella rinuncia di un progetto di vita teso alla realizzazione personale.

Intervengono profonde trasformazioni nella persona, che inizia a riconoscere un profondo senso di vuoto esistenziale, ingannato da una alterazione dello stato di coscienza ordinario, che aiuta la persona a uscire temporaneamente dalla realtà o sentirsi più adattata ad essa, più integrata, meno aliena e vuota, con più autostima e sicurezza. Questa modalità diventa disfunzionale, in senso adattivo, quando diventa una difesa costante con cui gestire i fatti della vita e le tensioni nelle relazioni.

Interviene un effetto trasformativo neurobiopsicologico, avviene un cambiamento che coinvolge l’assetto affettivo di base, il funzionamento cognitivo e della memoria, la dimensione sensoriale e corporea.
Il confine tra consumo/abuso/dipendenza, in una società occidentale, consumistica e dipendente, non è cosí facilmente delineabile nell’esperienza quotidiana. Nella consapevolezza che il bisogno dell’oggetto per essere soddisfatti, diventa l’unico gratificante e soddisfacente e le relazioni passano in secondo piano. Con il tempo però anche quel benessere muta, come il tono dell’umore.

Nella lettura a 360 gradi dell’Addiction, vi è la necessità di comprendere contemporaneamente tre le dimensioni: sanitaria, psicologica e socio-relazionale. La figura dello psicologo ha importanza nella misura in cui monitora il trattamento integrato e crea reti di connessione in esso, includendo il trattamento sanitario, sociale e un eventuale coinvolgimento della famiglia/rete primaria.

La psicoterapia accompagna la persona nella presa di contatto con le varie facce di questo prisma, con l’ambivalenza nel volersi separare dall’oggetto del desiderio, con ciò che esso è per lei e con lei nella sua vita, con l’obiettivo di una ri-organizzazione globale e sensibile, in un percorso di cura strutturato e nella continuità.

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