L’obiettivo del seguente articolo non è quello di trovare risposte alle tante domande che in questo peculiare periodo critico emergono e si moltiplicano, ma al contrario provare a riflettere sui possibili rischi che questa perdurante situazione di pandemia può causare per la nostra salute mentale. Il pericolo su cui si vuole porre l’attenzione è quello di una possibile cronicizzazione del distanziamento emotivo e relazionale fra gli individui.

Basandosi su quanto noto per altri coronavirus, gli scienziati (della Harvard TH Chan School of Pubblic Health sulle pagine di Science Vol 368, Issue 6493 , 22 May 2020) spiegano che è abbastanza probabile il verificarsi di ondate stagionali (invernali) di infezioni per SarsCov-2 nei prossimi anni, col rischio di sommarsi alle epidemie influenzali. Questo potrebbe significare che, se le misure di distanziamento funzionassero, per alleggerire il carico sui sistemi sanitari e sulle terapie intensive:

l’isolamento intermittente potrebbe essere l’unico modo per evitare di schiacciare la capacità delle terapie intensive costruendo al tempo stesso immunità per la popolazione”.

In questo articolo si sottolinea l’ipotesi che sistemi adeguati di sorveglianza potrebbero essere mantenuti fino al 2022. In altre parole le misure di distanziamento sociale faranno comunque parte delle prossime fasi della gestione del coronavirus.

Sebbene in un’intervista al Washington Post, Dabiele Aldrich, professore di Scienze Politiche alla Northeastern University di Boston, abbia affermato che gli sforzi compiuti per rallentare la diffusione del coronavirus, mantenendo cioè la distanza fisica, dovrebbero contemporaneamente essere indirizzati ad incentivare il rafforzamento dei legami sociali (incoraggiando ad esempio i giovani ad andare a fare la spesa per gli anziani, trovando strumenti alternativi di socializzazione come le videochiamate etc…), tuttavia la prolungata chiusura di scuole, spazi pubblici, il passaggio allo smart working, l’obbligo per tutti i cittadini di evitare gli spostamenti non indispensabili invitando a rimanere il più possibile isolati, ci pone il dubbio che un tale risultato si possa ottenere.

In altre parole la domanda che emerge è:  il distanziamento fisico inevitabilmente porterà anche ad un distanziamento emotivo, sociale e relazionale?

La diffusione del coronavirus in tutto il mondo ci obbliga a reprimere il nostro bisogno di relazione, un impulso profondamente umano radicato nell’evoluzione: vedere gli amici, aggregarsi in gruppi, stare l’uno vicino all’altro”, commenta su Science (Mar. 16, 2020)

 Nicholas Christakis, medico e sociologo dell’università di Yale. Egli fa riferimento a  Julianne Holt-Lunstad, psicologa e ricercatrice alla Brigham Young University la quale, in un’analisi del 2015, ha sottolineato come sia emerso che un isolamento sociale cronico potrebbe aumentare il rischio di mortalità del 29 per cento. La ricercatrice statunitense spiega di aver riscontrato nei suoi studi una correlazione tra connessione sociale e risposta allo stress, ma non gli è ancora noto quali potrebbero essere gli effetti a lungo termine del distanziamento sociale dovuto alla pandemia di Covid-19.

Si è dimostrato che più i legami sociali sono forti in una comunità , meglio questa sarà in grado di resistere. La mancanza di contatto sociale può, al contrario, generare ansia e sentimenti di solitudine privando le persone delle sostanze scatenate dal contatto fisico , quali endorfine e serotonina, che aiutano a tenere sotto controllo stress e paura. L’isolamento è una condizione innaturale che mette a dura prova la capacità umana di cooperazione.

WINNICOTT (pediatra e psicoanalista britannico 1896-1971) sottolinea quanto il rapporto con gli altri  sia qualcosa di costitutivo e fondamentale, che nasce da un bisogno personale e che rappresenta una potenzialità intrinseca alla mente umana.

Ma se questi nostri bisogni e tendenze innate vengono continuamente frustrate dalle misure di distanziamento (assolutamente necessarie per contenere la pandemia) e se queste misure dovessero permanere per lungo tempo, siamo sicuri che riusciremo comunque a riprendere “da dove abbiamo interrotto”?

Non solo il tocco ci è impedito, ma anche lo sguardo in gran parte occultato dalle mascherine, occhiali e visiere. Non abbiamo accesso a gran parte dei segnali verbali con cui normalmente comunichiamo: diventa più difficile decodificare il messaggio dell’altro e abbiamo pochi strumenti per esprimerci e per trasmettere la tonalità emotiva dei nostri discorsi. Dover frapporre una distanza, bloccare lo slancio di un abbraccio o anche solo trattenere l’impulso di porgere la mano per accogliere una persona appena arrivata è faticoso e frustrante. Tuttavia più trascorre il tempo all’insegna di tali misure di distanziamento, più è frequente osservare comportamenti difensivi e distanzianti fra gli individui. È facile osservare passanti solitari che non appena incrociano un’altra persona se ne distanziano immediatamente alzandosi la mascherina a scopo difensivo. Reazioni e comportamenti come questi sono attualmente corretti e responsabili, poiché il virus circola ancora abbondantemente fra di noi. Ma quando il Covid verrà finalmente debellato, sarà sconfitto anche il virus , ben più insidioso e subdolo, della diffidenza verso il prossimo?

Riusciremo, noi adulti e bambini, nuovamente ad avvicinare un altro essere umano senza la preoccupazione istintiva che si possa essere contagiosi, e di conseguenza pericolosi per la sua salute fisica? Riusciremo ad entrare in un pullman o in una stanza piena di persone (cinema, sale da ballo, luoghi pubblici etc) senza la sensazione di essere in un luogo minaccioso, dannoso per la nostra salute? Il gruppo sarà ancora considerato come una risorsa? O permarrà in noi lo stato d’ansia più o meno paranoico che il contatto con l’altro possa essere pericoloso più che arricchente? Da evitare, più che da ricercare e desiderare? E tutto questo che ricadute avrà sulla nostra qualità di vita, sul nostro benessere mentale?

Dott.ssa Elena D’Alfio

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