Diventare genitori rappresenta una svolta carica di implicazioni: nasce un figlio ma anche due genitori. Allo stesso tempo chi diviene genitore si allontana dall’essere figlio così come vede distanziarsi i suoi stessi genitori: imparerà presto a conciliare l’immagine della propria madre con quella di nonna e del padre con quella di nonno. A tutte queste spinte evolutive che portano a essere definitivamente adulti occorrerà aggiungere il fatto che con il proprio figlio sotto gli occhi, un “altro sé”, si accederà a ricordi ormai dimenticati rivivendo quello che si è stati da bambini. Si avranno nuove consapevolezze. Nell’amare il proprio figlio per esempio si rimane intimamente imbarazzati al pensiero Ma i miei genitori hanno anche loro provato questi affetti verso di me? Al contrario quando si è esasperati dai pianti del piccolino si dice a bassa voce Ma sono stato anch’io così capriccioso? Di certo i primi anni dell’essere genitori sono pieni e impegnativi. Zeppi di gioie ma anche di difficoltà, anni in cui spesso la sicurezza in quello che si fa vacilla perché non possiamo più rendere conto solo a noi stessi e i dubbi divengono travolgenti.

Sono anni difficili ma irrinunciabili. Anni in cui la coppia è oggettivamente vicina ma emotivamente distante, divisa dalle incertezze di ognuno e dai continui bisogni del figlio. Di certo la coppia non viene rinvigorita dalla nascita di un figlio ma se supera questa dura prova potrà avere rinnovata stabilità e forza.

Essere genitore porta anche a momenti di grande ambivalenza affettiva in cui non è il caso di nascondersi dietro a stereotipi di perbenismo quali Provo solo amore verso mio figlio (è innegabile fare i conti anche con l’irritazione, la rabbia, etc. etc.), o Non ho preferenze per uno o l’altro figlio (nel caso se ne abbia più di uno). Il sorriso di un figlio, o il vederlo raggiungere un traguardo evolutivo, è benzina a cento ottani per il nostro motore, ma cosa c’è di così romantico in notti in bianco, rigurgiti, pannolini sporchi, capricci, richieste infinite? Occorre dunque essere pronti e prepararti al peggio.

Esistono numerose tappe che la coppia percorre lungo la strada che porta alla genitorialità e in questo percorso non esistono scorciatoie. È bene dirsi fin da subito che possedere la caratteristica di genitorialità (capacità psicologica di essere un buon genitore) prescinde dal fatto di avere o meno un figlio. Ci sono persone che non hanno figli e che nonostante ciò sarebbero degli ottimi genitori, così come ci sono genitori che stentano nel loro compito. La genitorialità è tanto una capacità acquisita quanto intrinseca, che non vuol dire che si nasce genitori ma, giorno dopo giorno, o meglio relazione dopo relazione, lo si può diventare: chi prima, chi con il tempo e chi mai. Chi a fatica e chi con apparente facilità.

La coppia, di norma, si prepara a diventare genitore già prima della nascita del proprio figlio: passa attraverso una gestazione mentale (implicita o esplicita che sia, conscia e/o inconscia). Questo primo traguardo porta a desiderare consapevolmente di avere un figlio: la nascita di quest’idea-sensazione è il primo e fondamentale passo per iniziare. E chi ben inizia è a metà dell’opera dice l’adagio popolare. Un figlio dovrebbe essere benedetto dai propri genitori con un atteggiamento rinunciatario (sono pronto a farmi in dietro di un passo per lui) e non di protagonismo (guardate quanto sono bravo e bello e fertile). Se si è in questa seconda situazione sarà più duro affrontare gli innumerevoli sacrifici che inevitabilmente si presenteranno. Maturato il desiderio di diventare genitori fa seguito la ricerca di un figlio (non ci dovrebbe essere fretta perché questo tempo è già uno spazio dedicato al futuro figlio e alla propria genitorialità) e dunque il concepimento (i nove mesi di gestazione sono il tempo fisico per passare da un embrione a un neonato, così come sono appena il tempo sufficiente e necessario per dare forma ad aspettative, fantasie, identità di ruoli etc. etc.). Se nelle nascite anticipate si parla di bambini prematuri non si è soliti pensare che specularmente ci saranno anche dei genitori prematuri che non hanno avuto il tempo di prepararsi psicologicamente al ruolo che andranno svolgendo. Occorre un grande lavoro preparatorio anche dal punto di vista mentale per arrivare sufficientemente equipaggiati alla nascita. Ci sarà poi la stagione dettata dai ritmi del neonato, quella del lattante, del divezzo e così via. Ogni età sarà caratterizzata da una ricaduta comportamentale, da una relazionale e una psicologica. Ogni età avrà i suoi punti di forza e di debolezza, le sue gioie e le sue difficoltà e se li si conoscono sarà più semplice affrontarli.

Ci saranno poi genitori più presenti e altri meno, genitori con sensi di colpa e altri più sereni. Non è corretto dire quale sia il modello di genitore migliore perché tutto dipende da chi si è e dall’armonizzarsi della specifica triade madre-padre-bambino. Non è certo nel dare tanto che si dà bene. Nonostante ciò spesso un genitore non ha la percezione del suo dare tanto a tal punto che questo suo dare diventa troppo. Se proprio si vuole generalizzare si può dire che una coppia può cercare di fare quel che riesce, mettendocela tutta ma senza strafare e non negando i propri limiti: solo così facendo riesce a fare comunque bene. Tuttavia siamo permeati dal mito della quantità. Questo è evidente con quei genitori travolti e immedesimati così tanto nel figlio da suggerire sì un grande coinvolgimento ma allo stesso tempo privandolo della sua individualità: Dottore, mio figlio non mi mangia! Dicono alcune mamme per indicare che il loro figlio prende poco latte. Non stiamo ancora parlando! Affermano i genitori che temono l’attesa prolungata del linguaggio. Forse quest’anno non verremo promossi… Genitori e figli dovrebbero essere in relazione e non in uno stato di fusione confusa. Il rischio è che non ci sia abbastanza spazio per una sana e iniziale indipendenza del figlio.

Essere genitori
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