Sempre più spesso sentiamo parlare di quanto sia importante ridurre lo stress lavorativo e di quanto sia difficile conciliare il lavoro con la vita privata.

Questi discorsi sono ancora più frequenti per quelle attività che hanno caratteristiche tali da coinvolgere emotivamente nella relazione. Si tratta di tutte quelle professioni definite di “aiuto” il cui rischio implicito è quello di rimanere demotivati, di perdere il coinvolgimento e di sentirsi esauriti emotivamente.

Il termine appropriato per questa situazione è “sindrome del burnout” ed è usato per tutte quelle professioni come l’insegnante, il medico, l’infermiere e l’operatore dell’emergenza (il poliziotto e il vigile del fuoco ad esempio); in questi ultimi anni tuttavia si è visto che questo rischio si può estendere anche a tutti i dipendenti che entrano in contatto con le pressanti richieste degli utenti. L’esempio più calzante è quello dell’impiegato a uno sportello aperto al pubblico (posta, banca, reception, …).

Va detto però che una categoria ben più ampia di “lavoratori” rischia la sindrome di esaurimento emotivo. Intendo la categoria che svolge “l’attività” di genitore. Mi spiego meglio. Il burnout è stato teorizzato per far luce sui disagi psicologici conseguenti a una professione d’aiuto, dove la richiesta di contatto umano è elevata, ed è stato studiato a partire dal prototipo per eccellenza di relazione di aiuto: la cura genitoriale.

il mestiere più difficile al mondo

Dunque perché non parliamo anche del burnout del genitore? Lo stesso sapere popolare definisce l’essere genitori come mestiere, e lo definisce il mestiere più difficile al mondo.

Ne deriva che l’impegno e lo sforzo di un genitore andrebbero osservati più attentamente evidenziandone sì le positività ma anche i rischi in termini di esaurimento emotivo e di scoraggiamento.

Credo che non vengano riconosciute apertamente le difficoltà associate alle cure di un figlio per una sorta di moralismo e di reticenza a parlare dell’impegno e dei sacrifici che richiede l’essere genitore. Il perbenismo impone di dare per scontata questa fatica evidenziandone solo i vissuti di soddisfazione, di amore e di felicità.

Così non è e non osservare le difficoltà non aiuta a risolverle. Le stesse caratteristiche di cattivi stili di vita che accompagnano, specie i primi anni, la crescita di un figlio ci dicono a quanto stress ci si esponga.

Mi riferisco a situazioni come la carenza di sonno e di riposo, ad una cattiva alimentazione, alla riduzione di una sana attività fisica e via discorrendo senza elencare quelli ancora più numerosi come la negazione di attenzione ai bisogni psicologici del genitore.

Dicendo questo non vorrei rischiare di capovolgere il discorso facendo credere che è il genitore ad avere bisogno di cure, tuttavia sostengo fortemente che una parte di cure genitoriali vada indirizzata a se stessi per fare in modo che la restante parte (quella maggiore e prioritaria) arrivi efficacemente al figlio e abbia una ricaduta efficiente.

I figli hanno bisogno di un genitore sano e felice, dunque di un genitore che si occupi di loro. E che sappia anche delegare ad altre figure fidate la crescita del proprio figlio: ai nonni, agli zii, agli insegnanti, al medico… (ognuna di queste figure potrà dare in proporzione alle proprie caratteristiche e al proprio ruolo).

Essere un buon genitore non significa vivere in funzione del proprio bambino o essere semplicemente oggetto delle sue richieste.

Il genitore è di fatto un altro soggetto che proprio in quanto tale permetterà al proprio figlio di sviluppare la giusta identità. Ridimensionare la percezione che abbiamo della figura dei genitori è un’operazione cha paradossalmente migliora la qualità genitoriale anziché svalutarla.

Ci concede di pensare a problemi come la stanchezza, i sensi di colpa, i fallimenti, gli egoismi, le gelosie, gli sbagli, le aspettative e così via.

Dunque siamo cattivi genitori se proviamo alcuni di questi aspetti?

Non è facile dire chi sia o chi non sia un buon genitore, di certo un genitore che si pone queste domande e che si concede la possibilità per criticarsi, vedersi fragile o sentirsi affaticato è un genitore umano ed emotivo e questo è un insegnamento preziosissimo per un figlio che impara a crescere.

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Il difficile mestiere dell’essere genitori
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