Il fenomeno dell’isolamento e del ritiro sociale non è sempre stato considerato come un indice significativo di qualità della vita. Le persone che lo vivono, infatti, sono state spesso etichettate come timide, introverse o riservate: questi luoghi comuni fanno si che tali condizioni vengano talvolta considerate come normali e socialmente accettate.

Oggi sappiamo che i problemi legati alle relazioni interpersonali in contesti sociali e i disturbi ad essi correlati (timidezza patologica, disturbo d’ansia sociale, disturbo di personalità evitante e il da poco introdotto concetto giapponese dell’hikikomori) vengono difficilmente alla luce poiché sovente le persone che si trovano a sperimentare tali situazioni non richiedono aiuto né ad amici o familiari né tantomeno ad un terapeuta, per paura di mostrarsi deboli, fragili e inadeguati (concetto di meta-vergogna: «mi vergogno della mia vergogna»). Si stima infatti che solo il 25% di chi soffre di ansia sociale si rivolga ad un professionista per intraprendere un percorso terapeutico e che questa decisione venga presa soltanto dopo molti anni di difficoltà e deterioramento della qualità della vita.

Un progressivo isolamento

L’atteggiamento di ritiro sociale si manifesta in modo graduale. In una prima fase la persona sceglie di evitare contesti e individui che non gradisce, a prezzo, però, di un crescente senso di frustrazione causato dall’auto-giudizio negativo su di sé. Inizialmente queste emozioni e credenze, riferite alla propria persona come inadeguata e incapace, risultano ancora tollerabili. Continuando con questo comportamento, però, si innesca un circolo vizioso nel quale le realtà evitate diventano entità estremamente minacciose, e fuggire diventa l’unica soluzione per risolvere il problema. Con il passare del tempo, la percezione di continua minaccia sociale e la convinzione di non possedere mezzi adeguati per fronteggiare tali sfide si sedimentano nella mente, inducendo il soggetto a generalizzare e a ritenere validi questi pensieri negativi anche per molte altre situazioni o interazioni interpersonali: egli è terrorizzato dal mondo esterno e si sente isolato. Inoltre, la credenza che sia impossibile vivere una vita come tutti gli altri fa crescere a dismisura i sentimenti di frustrazione, sofferenza, vergogna e senso di colpa dovuti alla convinzione di inefficacia.

Il disinteresse per il mondo esterno

Se nei disturbi di ansia sociale la credenza di base è quella di essere inadeguati, con il conseguente obiettivo di proteggere questo segreto evitando di mostrarsi tali (fino ad evitare di mostrarsi del tutto), nelle condizioni più severe, come nel disturbo evitante di personalità, a questa inadeguatezza si aggiunge un senso di diversità ed estraneità rispetto agli altri, con la convinzione che sia impossibile condividere qualunque cosa e di non appartenere a niente e a nessuno, percependosi ancora più isolati da tutti e da tutto.

Nei casi più severi la rassegnazione a questa condizione può, con il tempo, venire metabolizzata come disinteresse per il mondo esterno. La sensazione di indifferenza per la vita sociale potrebbe essere reattiva ai sentimenti di sofferenza e frustrazione già citati: esattamente come succedeva per le situazioni ansiogene, le emozioni vengono evitate e schermate, modificandosi agli occhi di chi le sperimenta in apatia e distacco perché meno dolorose, proteggendosi così dal senso di fallimento come la volpe nella celebre favola di Esopo (nella quale l’uva rappresenta la vita sociale). Se a questo disinteresse si aggiunge il senso di estraneità delle personalità evitanti, il rischio è l’assenza di disagio nel vivere una condizione da eremita.

La richiesta di aiuto

Più la situazione si cronicizza, più diventa difficile usufruire di un aiuto: da un lato non se ne sente quasi più il bisogno oppure si pensa che non possa essere di alcuna utilità, e quindi non lo si cerca, dall’altro risulta estremamente complesso mettersi in contatto con queste persone, rinchiuse nella loro torre d’avorio e irraggiungibili dal mondo; in questo quadro, spesso sono i familiari che, preoccupati ed esasperati dalla situazione, chiedono l’aiuto del terapeuta.

Dott. Jacopo Guarino

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