Nel 1931 un ingegnere americano di nome Karl Jansky fu incaricato dalla Bell Telephone Laboratories, una società di telecomunicazioni, di indagare l’origine dei disturbi atmosferici che creavano interferenze nelle trasmissioni radio transoceaniche. Jansky costruì un’antenna che poteva ruotare di 360° in modo da catturare i segnali di disturbo per studiarli e successivamente trovare il modo di eliminarli. Jansky scoprì due tipi di disturbi atmosferici dovuti a “scariche elettriche” di temporali a breve e lunga distanza nell’atmosfera terrestre. Tuttavia persisteva un sibilo di uguale intensità, ovunque venisse misurato, la cui origine era sconosciuta e che rappresentava un elemento persistente e continuo di disturbo. Jansky passò diversi anni a studiare tale rumore cosmico e per molto tempo pensò che provenisse dal Sole. Infine, revisionò la sua teoria ed ipotizzò che provenisse dalla Via Lattea: si trattava di un’emissione radio proveniente da alcune galassie. Questa scoperta rivoluzionò il sapere astronomico sulle caratteristiche e l’origine dell’Universo ed aprì la strada alla radioastronomia. Jansky aveva riconosciuto e dato valore all’inaspettato, ricercando in ogni modo di dargli un significato. (da “Popular science” ed. Grolier).

L’ingegnere americano capì ed accettò che ciò che apparentemente ostacolava il proprio lavoro, se studiato, sarebbe diventato l’oggetto della propria ricerca e avrebbe permesso l’apertura di un nuovo orizzonte, una nuova prospettiva nello studio dell’Universo. Jansky rivide i propri obiettivi ed ebbe il coraggio di separarsi dagli occhiali teorici che gli facevano vedere solo ciò che cercava e perciò considerare quell’importante messaggio dello spazio, un rumore da eliminare. Gli errori e gli imprevisti nella nostra vita, così come nella nostra attività di psicoterapeuti, sono molto preziosi. Si potrebbe dire che solo con l’errore e con il suo riconoscimento è possibile crescere ed apprendere. In questo senso anche Freud ha dimostrato di non ancorarsi mai definitivamente e acriticamente alle ipotesi da lui stesso formulate, è tornato sui suoi passi aggiornando e talvolta rivedendo completamente le sue asserzioni alla luce di nuove scelte metodologiche, nate dalle osservazioni e dall’esperienza con i pazienti. I nuovi metodi hanno generato a loro volta nuovi oggetti. Freud è riuscito a dare dignità di melodia al “rumore” (transfert e resistenza) e ad utilizzare la sua analisi come strumento principale della sua tecnica.

Il raggiungimento di tale illuminante intuizione, che ha trasformato l’ostacolo-transfert in essenza del trattamento (Mitchell, S.A. e Black, M.J. “L’esperienza della psicoanalisi”, p.29) è avvenuto attraverso un percorso lungo e tortuoso, ricco in un primo momento di “sperimentazioni” (Freud positivista) ed in seguito di esperienze ed osservazioni (nel senso Bioniano di apprendere dall’esperienza). Mi piace pensare che Freud abbia imparato dai suoi pazienti e che grazie a loro abbia trovato il coraggio di modificare e quindi evolvere la sua interpretazione dei fenomeni mentali. Questo è l’aspetto che più mi ha colpito ed emozionato e che cerco faticosamente di assurgere ad insegnamento con chi ci chiede aiuto quotidianamente. Chiedere aiuto a qualcuno significa non solo ammettere che qualcosa nella propria vita è andato storto, ma anche avere il coraggio di affrontare l’ignoto, di ascoltare il “rumore di fondo” accompagnati da qualcuno allenato e non spaventato dalle sinfonie stonate.

Questa elaborazione è possibile solo attraverso l’incontro con l’Altro e questa dinamica attiva sentimenti di vergogna e di dipendenza molto forti per cui le difese si alzano ed è difficile accedere ad un reale riconoscimento dell’esperienza e di conseguenza ad un “vero apprendimento” (Bion). Abbiamo la speranza e la convinzione che in futuro dire “ho fatto molti errori come analista” e raccontarli ai colleghi più giovani sarà il più innovativo ed efficace metodo di apprendimento. Sarebbe bello organizzare convegni dal titolo: “Gli errori più grossolani della mia carriera di analista”. Questo ora non accade. Accade invece che si parli più facilmente dei successi terapeutici, dei concerti ben riusciti.

Nella carriera dei più grandi musicisti ci sono stati anche tanti fischi. Anche i migliori analisti hanno dato delle interpretazioni ai loro pazienti che oggi non penserebbero neanche. Siamo cambiati molto e in pochi anni. Freud ha radicalmente cambiato il suo atteggiamento verso i pazienti nel corso degli anni, ha sempre cercato di avere una mente pronta ad accogliere nuovi stimoli provenienti dai pazienti stessi e non da teorie esterne. Anche quando applicava tecniche conosciute le valutava mettendone in luce i punti di forza e di debolezza. Questa forma mentis è molto difficile da mantenere e richiede un continuo ed ingente dispendio di energie. Ogni nuova esperienza è unica e ricca di rumori di fondo da ascoltare, in particolare quelli provenienti dal nostro inconscio!

Crediamo che lo spirito del tempo o “zeitgeist” di questo periodo sia fertile per questo viraggio culturale, basta pensare alla psicoanalisi del “conosciuto non pensato” di Bollas 1987, alla “barriera di contatto” e “funzione alfa” di Bion, alla “funzione della decostruzione narrativa” di Ferro, alla “funzione riflessiva” di Fonagy o al “pensiero debole” di Vattimo. Ammettere “ho fatto tanti errori e ho imparato da questi” significa aver vissuto la propria vita. Quanti di noi vivono, nel migliore dei casi, le vite degli altri ( ad esempio quelle dei nostri pazienti) e, nel peggiore, le vite dei personaggi dei romanzi, della televisione, del cinema e dei videogiochi o di internet e non riescono a vivere la propria vita? “Uno sguardo ai romanzi e due alla vita” suggeriva Rilke.

Quanto spesso ci si occupa di individuare e sottolineare gli errori degli altri: “quel tale ha fatto una cavolata… quell’altro è un idiota… non ne combina una giusta”. I nostri pazienti pur proiettando sono riusciti ad ammettere che qualcosa è andato storto e a chiederci aiuto: per questa ammissione straordinaria, (anche se è solo inconscia) ci vuole massimo rispetto e massima vicinanza. Il peggior atteggiamento che possiamo avere nei loro confronti e di porci come quelli che di errori non ne hanno mai fatti (anche se molto spesso sono i pazienti stessi che inconsciamente ce lo chiedono idealizzandoci). Demolire questa idealizzazione penso che sia uno dei primi obiettivi dell’analisi.

Il messaggio che vorremmo trasmettere con questo articolo è che vivere la vita significa ANCHE e soprattutto sbagliare, farsi prendere dal panico, non sapere cosa fare, angosciarsi, vergognarsi per gli errori, odiare gli altri che apparentemente non ne fanno etc, ma anche ripartire e pensare al futuro. Questo è normale, anche se spaventa molto. Passare quindi da una stanza asettica come la sala chirurgica alla stanza della vita. Questo non significa farla diventare un “caos” giustificandosi che anche quella è vita, ma al contrario, questo è accaduto e accade tuttora perché qualcuno predica una neutralità che non può esistere e poi qualcuno si abbandona all’estremo opposto: la confusione e l’indifferenziazione.

La vita è invece anche differenza e separazione e di conseguenza impotenza e frustrazione e tutto quello che la vita normalmente e inevitabilmente comporta. Significa quindi riconoscere lo sforzo di vivere e sopravvivere a queste emozioni rispettando le capacità che il paziente ha di contenerle ma sostenendo in primo luogo gli aspetti vitali. La psicoanalisi quindi per essere “concreta” (O.Renik) dovrebbe aprirsi alla vita e alle esperienze vitali anche nella stanza di analisi. Spesso i pazienti quando sono più vicini a se stessi ci portano le loro parti più depresse e fragili e noi sentiamo la fatica di rianimarli. Molto spesso non solo nel nostro ambiente (convegni e seminari) ma anche per strada, con gli amici percepiamo un clima depressivo tipico della nostra professione e del nostro tempo. Sentiamo affermazioni del tipo: “Viviamo in una società senza valori, vuota, fatta solo di apparenze e senza ideali” oppure “ma dove stiamo andando?!” oppure “Che tristezza questo mondo pieno di omicidi e violenza” e ancora “hai visto in quell’asilo picchiavano i bambini” poi “Che catastrofe lo tsunami!” e “la guerra in Afghanistan” e “queste nuove generazioni poi non ne parliamo…”.

E’ vero che la depressione è il male che sottende la nostra epoca, ma meno male che c’è: ben venga! Cerchiamo di spiegare perché. La nostra ipotesi è che negli ultimo 107 anni cioè dalla scoperta dell’inconscio in poi si sia passati lentamente e collettivamente da un clima persecutorio ad uno depressivo. L’uomo si sente vuoto perché sappiamo che non è più solo colpa degli altri, ma noi stessi siamo i responsabili. Non vorremmo sembrare qui maniacali o neganti una realtà complessa, ma ci pare di poter osservare abbastanza oggettivamente che ci sono mille buoni motivi per dire che il mondo sta andando lentamente ma decisamente meglio. Non ci sono mai state così tante persone consapevoli delle proprie difficoltà, non ci sono mai state tante persone che riescono ad andare dallo psicologo, che chiedono aiuto ai vari professionisti e non dell’anima: questo significa che stiamo peggio? No al contrario che siamo più consapevoli delle nostre fragilità e non più solo quelle degli altri! Kant diceva che se non si guardano le cose con una prospettiva di almeno 300 anni non si può capire come vanno le cose…ccercare la corretta citazione Ci perdonerete questa parentesi storica ma è indispensabile soffermarci sulle condizioni di vita dell’uomo negli ultimi anni.

Consideriamo una prospettiva di almeno 2000 anni. Sono pochissimi dalla comparsa dell’uomo sulla terra. Consideriamola quindi da quando un uomo si è messo in mente e ha iniziato a metterla nella mente degli altri, di predicare l’uguaglianza e le pari opportunità per tutti e l’accoglienza del diverso e del fragile. Fino ad allora con rarissime eccezioni, la violenza, l’ingiustizia, la sopraffazione dei più forti verso i più deboli era sempre stata la norma. Questo modello di potere da millenni riprodotto è radicato nelle nostre menti e nelle nostre modalità relazionali in modo trans generazionale. Certo abbiamo sempre un po’ oscillato tra gli elementi illuministi-intellettuali-religiosi e quelli grezzi-barbari, ma possiamo solo ora a ragione guardarci indietro e dire che mai come oggi il mondo è stato così integrato. Non c’è mai stata così grande integrazione tra i diversi: stiamo cercando di integrarci e vivere con gli Altri: arabi, trans, handicappati, gay, comunisti, berlusconiani etc pure i nazisti!!!. Sapendo che questi “Altri” sono nostri oggetti interni, i nazisti potevano essere i nostri nonni, e Berlusconi è anche dentro di me!

Ripeto, lo sappiamo da poco più di 100 anni: un tempo insignificante nell’economia della storia dell’uomo sul nostro pianeta! Questa nuova prospettiva la si può considerare una svolta epocale: come quando un paziente si rende conto dopo anni di essere lui a stare male, e si spaventa molto naturalmente: si chiede dove mi porterà questo? Quanto è profondo il pozzo? C’è la luce in fondo al tunnel? E ci dice arrabbiato stavo meglio prima dottore! Chi me lo ha fatto fare! Allo stesso modo noi oggi diciamo “Si stava meglio quando si stava peggio!” La psicoanalisi ci dice che non è così. O meglio, è vero che vivere integrati genera più sofferenza, ma è anche vero che nel vivere scissi si perde una gran pezzo di vita!

Ci stiamo pian piano attrezzando per fare la raccolta differenziata mentale dei nostri oggetti interni-spazzatura e anziché buttarli via o proiettarli sugli altri: li ricicliamo e gli diamo nuova vita…pensate anche alle nostre parti naziste! Dato che il nostro inconscio c’è sempre stato, da millenni cerchiamo gradualmente di allargare il nostro vocabolario emotivo, di migliorare o guarire l’analfabetismo emotivo che all’inizio della vita dell’uomo sulla terra era fatto solo di due parole: vita o morte. Erano quasi una parola sola perché c’era o l’una o l’altra: ogni giorno era il giorno buono per morire e non c’era alcuna rappresentazione del futuro. Dove non c’era futuro non c’era nemmeno chi ti aiutava, tutto era solo sulle tue spalle, i figli erano fatti per avere maggiore forza lavoro o un numero maggiore di soldati per gli eserciti. Gli schiavi fino a pochi anni fa erano legalizzati e quasi tutti i giovani sapevano che prima o poi sarebbero morti o in quella guerra o in quella successiva. La parola pace, come la parola futuro, che oggi in alcune parti del modo sono una realtà, non esistevano se non come ideale di pochi sconsiderati.

Questi pochi “pazzi” erano o filosofi o santi o artisti. Oggi siamo qui tutti a giocare con i figli, con i pazienti, con gli Altri, ma una volta il gioco non poteva permetterselo quasi nessuno! Non dimentichiamo che la maggiore scoperta del 900 è stato a nostro avviso il bambino: fino alla fine dell’800 era trattato come un essere privo di intelligenza e sentimenti. Ora ci scandalizziamo se sentiamo di educatrici che all’asilo picchiano e chiudono nello sgabuzzino bimbi di duetre anni: non dimentichiamo che fino a 50 anni fa il metodo educativo del terrore era la norma. L’Italia fino a 60 anni fa faceva le guerra con i vicini di casa Francesi e ancora fino a pochi anni fa li odiavamo con tutto il cuore, mentre ora non solo ci giochiamo le partite di calcio o rugby ma abbiamo una stessa moneta e quasi stesse leggi! La società sta cambiando molto velocemente: sta tollerando gli Altri senza aggredirli troppo perché li sente appunto più vicini di casa, più vicini al proprio mondo interno, li si sente parte di noi. Questa è una trasformazione sensazionale che la psicoanalisi ha fatto fare a una parte dell’umanità; certo il clima culturale era ed è fertile se no non si sarebbe potuto pensare a questo viraggio, e certamente la catastrofe delle due guerre e il lancio di due bombe atomiche hanno fatto pensare alla necessità di cambiare (così come per la teoria della relatività Einstein secondo Khun in La struttura delle rivoluzioni scientifiche).

Da poco più di 100 anni quindi abbiamo scoperto che le scissioni non sono esterne bensì interne e questo ha permesso all’umanità di passare da uno stato mentale quasi perfettamente sintonico ad uno distonico, ed è anche per questo credo che sentiamo questo clima depressivo. Abbiamo detto quindi che siamo un pò come un paziente che lentamente e dolorosamente è passato da una posizione persecutoria ad una depressiva e chiede aiuto. E’ straordinario che ci si preoccupi del futuro della terra e dei figli degli Altri quando per millenni non ci si è occupati di altro se non ciascuno del suo piccolo orto. E’ straordinario che siamo così in tanti a porci delle domande sulla vita e sui suoi significati quando per millenni non c’erano quasi domande (se non per pochissimi naturalmente): c’erano i buoni e i cattivi, Dio e il demonio: tutto era semplice, statico e solido, mentre ora tutto sembra liquido e angosciante (Bauman “la società liquida). E’ liquido nel senso che si è trasformato da solido e semplice, ma scisso, in liquido e mescolato, ma integrato e angosciante. Ora abbiamo in molti la possibilità di scegliere e sappiamo che la libertà si basa unicamente su questa facoltà. Per qualunque articolo di cui abbiamo bisogno abbiamo fin troppa scelta! E tutta questa disponibilità è fonte di angoscia: “come faccio a scegliere?” “Come faccio a stare dietro alla tecnologia?”

Tutto ciò, a prima vista, è emotivamente difficile e destabilizzante. Oltre a scegliere le cose, oggi possiamo scegliere anche le relazioni. Questa è un’altra conquista straordinaria: non dobbiamo più sposare chi vogliono i nostri genitori o la nostra classe sociale, scegliamo sanità ed istruzione. Le nostre relazioni interpersonali negli ultimi anni sono cresciute esponenzialmente! Non solo a livello concreto ma soprattutto a livello emotivo incontri contatti viaggi. Molto semplicemente la vita è pian piano diventata sempre più lunga e quindi ci mette in contattato con un maggior numero di persone e quindi ci espone a più dolore e più felicità. E questo rende le cose più libere ma anche più complesse eppure resistiamo, la nostra emotività regge. Veniamo alla seconda e ultima parte del ragionamento. Accanto a queste abbiamo altre “cattive notizie”: l’uomo non è più al centro della terra, la terra non è più al centro del sistema solare e nemmeno il sole è al centro della nostra galassia e la nostra galassia è una delle migliaia di galassie dell’universo.

E questa come la chiamiamo se non angoscia!! Eppure in molti, ancora, riusciamo a “contenere” questo pensiero: siamo solo polvere, la terra potrebbe esplodere e non cambierebbe nulla negli equilibri dell’universo. Certo, non ci stiamo a pensare tutto il giorno se no una depressione cosmica ci annienterebbe, ma è un pensiero che riusciamo a tenere nella nostra mente accanto a quelli meno catastrofici. Ma non basta perché su questa terra siamo bombardati dalle emozioni che ci arrivano attraverso i giornali, i libri, la radio, la tv, i film, le notizie internet, you tube, i telefonini… e sono provenienti da tutto il mondo: sappiamo le tragedie, gli omicidi e le catastrofi che accadono nell’altro emisfero mentre fino a 100 anni fa la maggior parte della gente sapeva a mala pena cosa accadeva nel proprio paese! Ma ancora non basta, perché tutto questo avviene in tempo reale!

L’informazione è immediata e diretta: la vedi e la senti LIVE. E noi riusciamo incredibilmente ancora a reggere! Il nostro apparato per pensare i pensieri ha ancora spazio, è per questo che la neuropsicologia dice che il nostro cervello è poco sfruttato: meno male che il contenitore è ancora ampio. Allora potrebbe sembrarci che quello di cui abbiamo bisogno sia di modificare la modalità di elaborazione. Sappiamo che abbiamo lo spazio nell’hardware ma forse, non ci sembra di possedere il software emotivo per elaborare e immagazzinare queste forti emozioni a cui siamo sottoposti. Ed è per questo che ogni tanto ci scoppia la testa…”come faccio a stare dietro a tutto?” La nostra ipotesi è che invece possediamo anche il sofware, e lo abbiamo sempre avuto senza saperlo…. Freud e l’umanità dopo di lui hanno scoperto l’inconscio e questa nuova scoperta ha aperto non solo nuove strade all’angoscia: “oddio cosa sarà sta cosa che non si vede..?” “siamo tutti preoccupati per questo mostro oscuro che abbiamo dentro”.

In tanti hanno cercato di negare l’inconscio perché lo hanno vissuto come disturbante e inutile: distorce le nostre percezioni…oddio se lo seguo divento un assassino, è incestuoso, oppure devo sezionarlo intellettualmente…solo gli analisti lo conoscono e possono gestirlo…” È vero il contrario semmai: se non lo lascio libero di lavorare o cerco di sezionarlo o di comprimerlo o lo congelo, prima o poi esplodo. In realtà l’inconscio c’è sempre stato ed è sempre stato alleato dell’uomo! Lo ha fatto pian piano progredire almeno quanto l’intelletto e la razionalità. Ha la capacità di reggere alle bombe emotive che ci arrivano quotidianamente dal mondo esterno.

L’inconscio ha dato un enorme vantaggio all’uomo: è uno straordinario elaboratore di esperienze! il software si chiama appunto Inconscio 114.0 (anni dalla sua scoperta): è già installato, è disponibile, elastico ed automatico, svolge un gran lavoro per noi attimo dopo attimo sogno dopo sogno, notte dopo notte. L’inconscio sta dalla nostra parte (Jung), dalla parte dell’umanità e ci sta portando nella direzione giusta. Infine come si suole dire “Non si fa mai il bagno nello stesso fiume”: così come non si fa mai la stessa seduta con lo stesso paziente e quel fiume che oggi ci pare inquinato è invece un fiume migliore di quello di ieri: è l’analisi dell’acqua che fai giorno dopo giorno sapendo però anche che per milioni di anni non c’è stato nessun uomo che potesse bere alla fonte anche se purissima, poi per migliaia anni quel fiume è stato pieno di cadaveri morti in guerra ed ora è “inquinato” dall’angoscia e dalla depressione ma abbiamo la possibilità attraverso il nostro inconscio sapere che è normale, perché anche l’angoscia fa parte della vita normale.

Questo inquinamento emotivo non è altro che la consapevolezza che molti errori li abbiamo fatti proprio noi e non abbiamo più scusanti, non possiamo più puntare il dito contro qualcun’ altro. Solo con questo approccio emotivamente attento e fiducioso si può pensare di fare stare meglio non solo i nostri pazienti ma nell’onda lunga che la terapia accarezza, anche le loro famiglie i loro colleghi i loro figli e le generazioni che verranno. Perché se è vero che noi ci mettiamo tanti anni a formarci e curiamo pochi pazienti rispetto ad un ortopedico, che in una vita lavorativa aiuta migliaia di pazienti, è anche vero che se siamo lungimiranti e la guardiamo in questa prospettiva, il nostro intervento sul singolo avrà una ricaduta anche su chi lo circonda e sui suoi figli.

Il problema quindi non è né il contenitore che sappiamo essere molto ampio (hardware) né la modalità di elaborazione inconscia cioè il software, la nostra ipotesi è che il problema stia nella funzione della Fiducia degli Altri in se stessi. Concludiamo dicendo che il maggior errore che possiamo commettere sia proprio il non riconoscere la fiducia verso il futuro che la scoperta dell’inconscio ci ha portato, rimanendo invece stagnati in una depressiva nostalgia del passato! La principale critica che sentiamo di fronte a queste argomentazioni è che noi siamo “giovani” e pieni di speranza, entusiasmo e ottimismo, mentre la vita è più complicata. A noi invece sembra che questa visione sia sì speranzosa, ma allo stesso tempo complicata perché ascoltare il rumore di fondo richiede grande attenzione e permette di trasformare un apparente ostacolo, in un ostacolo illuminante: un ronzio, in una melodia.

La funzione Fiducia degli Altri in se stessi
Ovvero come la scoperta dell’inconscio ha migliorato la vita dell’uomo

Abstract: Elena Grijuela e Davide Rosso

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