Ci sono a volte, dentro di noi, sentimenti nascosti a tal profondità che sfuggono alla nostra consapevolezza, e trovano una strada per potersi esprimere diversa da quella verbale: l’Acting Out è una di queste modalità.

In generale, l’Acting Out è una modalità con cui vengono espressi stati mentali non elaborati attraverso la loro messa in atto (Mc Williams, 2011), utilizzando, per esempio, l’azione al posto della parola. Nel suo specifico utilizzo in quanto meccanismo di difesa, esso si riferisce alla messa in atto di scenari spaventosi da parte di un individuo, inconsciamente ansioso, che, in tal modo, converte la passività in attività, allo scopo di trasformare un senso di impotenza e vulnerabilità in un esperienza di azione e potere, indipendentemente da quanto possa essere negativo il dramma che viene rappresentato (Mc Williams, 2011). Il termine può essere utilizzato anche per indicare quel processo attraverso cui un determinato atteggiamento trova la sua scarica per mezzo dell’azione, soddisfacendo il bisogno inconscio di dominare quegli affetti sconvolgenti e non verbalizzati che vi sono associati (Mc Williams, 2011). Di per sé, un acting out non è tale in base alle sue caratteristiche di utilità o dannosità, bensì esso viene definito dalla natura inconscia o dissociata dei sentimenti che portano l’individuo all’azione, e dal modo automatico e/o compulsivo con cui il comportamento ha inizio (Mc Williams, 2011).

Come spesso capita, l’arte ci viene incontro nell’esemplificare concetti altrimenti difficili da comunicare e, in questo caso, “Lo Straniero” di Albert Camus, permette di ben illustrare il concetto di acting out, associato in questo caso alla reazione ad un lutto.

Il romanzo inizia con queste parole:

“Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so.”

Albert Camus

Ciò sembra indicare fin da subito, un iniziale distacco del protagonista, il sig. Meursault, dalle emozioni legate all’accaduto. Subito dopo, una frase detta dal protagonista conferma la dissociazione e il diniego operato dallo stesso, in un “per ora” che perdurerà per almeno tutta la prima parte del romanzo: “per ora è un po’ come se mamma non fosse morta”.

Infatti, l’unico segnale della presenza di sentimenti depressivi, non consapevoli, è dato dal sonno incombente che, in queste prime pagine, lo attanaglia: quello che lo coglie sul bus che lo porta all’ospizio dove risiedeva la madre (e da lui imputato a tutt’altri fattori, come il precipitarsi di corsa verso la corriera, l’odore di benzina, le scosse del bus in movimento, il riverbero della strada e del cielo) e, ancor più significativo, quello che lo colpisce nella camera ardente, qualche pagina dopo. È in questo luogo che viene sancita definitivamente la strada che egli percorrerà, legata ad un rifiuto della morte della madre. Infatti, la negazione dell’accaduto viene abbracciata del tutto con il suo rifiuto di vedere la salma: “Ha detto, trafelato: ‘L’avevamo chiusa, ma ora svito il coperchio così può vederla.’ Mentre si avvicinava alla bara, l’ho fermato. Mi ha detto: ‘Non vuole?’ Ho risposto: ‘No’ Si è bloccato ed io ero imbarazzato perché sentivo che non avrei dovuto dirlo”. L’imbarazzo è una delle poche sensazioni che troviamo esplicitata dal protagonista in riferimento a sé stesso, per il resto, egli si limita a descrivere via via le persone che incontra e le loro azioni, non senza far trasparire un certo distacco dal tutto, distacco che viene rotto soltanto da quelle presenze che, causandogli imbarazzo o fastidio, turbano l’atmosfera di pacata dissociazione in cui si sta immergendo, cercando di estraniarsi dalla realtà. Questa “fuga”dalle proprie sensazioni durerà fino al metà romanzo, momento in cui l’impeto emotivo negato si fa inarrestabile e il sig. Mersault si troverà ad agire ciò che non riesce ad esprimere a parole e ad ammettere a se stesso.

Egli si trova sulla spiaggia da solo, ad affrontare il suo dolore insopportabile, la sua rabbia cocente (simboleggiati dal nemico armato di coltello), sotto un sole che “era lo stesso sole del giorno in cui avevo seppellito mamma, e, come allora, a farmi male era soprattutto la fronte, con tutte le vene a pulsare assieme sotto la pelle.”. Non ci sono parole a sua disposizione per esprimere quello che prova, il dolore è solo fisico, non ci sono strumenti per affrontare il male che lo attanaglia, se non quelli utilizzati in precedenza, con il fatto che dovranno essere utilizzati con maggior vigore per far fronte ad un ritorno tanto violento e incontenibile, per potersi “scrollare via il sudore e il sole”, emozioni che tornano con tale impeto da suscitare in lui il timore di essere ferito, o addirittura ucciso. In queste condizioni, l’epilogo è pressoché inevitabile, e l’uccisione del nemico, vista come a simboleggiare una volontà di ammutolire tali vissuti, inconfessabili persino a sé stessi, si accosta alla drammatica consapevolezza di aver imboccato una strada di rovina senza neanche potersi spiegare il perché.

Ecco le parole dell’autore:

“Non sentivo più altro che il risuonar del sole sulla mia fronte e, indistintamente, la sciabola sfolgorante sprizzata dal coltello che mi era sempre di fronte. Quella spada ardente mi corrodeva le ciglia e frugava nei miei occhi doloranti. È allora che tutto ha vacillato. Dal mare è rimontato un soffio denso e bruciante. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua larghezza per lasciar piovere fuoco. Tutta la mia persona si è tesa e ho contratto la mano sulla rivoltella. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre liscio dell’impugnatura ed è là, in quel rumore secco e insieme assordante, che tutto è cominciato. Mi sono scrollato via il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio di una spiaggia dov’ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura.”     

Dott. Jacopo Guarino

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