E’ oramai assodato che in tutti i percorsi di apprendimento ed insegnamento hanno luogo importanti e potenti processi emotivi, mentre non è ancora chiaro come fare ad affrontarli. Questo articolo prova ad offrire una modalità pratica sperimentata e uno strumento concreto per osservare e comprendere ciò che accade intorno e dentro di noi mentre siamo in classe.

“La carta è un buon asino: porta tutto ciò che gli si carica in groppa” zio Piero “Il maestro è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà” Paolo Conte Oggi si fa un gran parlare di come aiutare gli insegnanti a fare bene il loro dannato ma fondamentale lavoro.

Insegnare agli insegnanti, formare i formatori è oggetto di numerosi corsi di aggiornamento e di pubblicazioni. Il punto centrale sul quale, oggi, mi sembra molti concordino è la centralità delle emozioni: degli insegnanti, degli alunni e quelle che si creano nel loro incontro. Ultimamente, fortunatamente e direi anche finalmente, nella comunità scientifica le potenti emozioni che si sviluppano in una relazione educativa non sono più negate ma sono diventate oggetto di riflessione.

Come maneggiarle? come affrontarle? con che strumenti trattarle? Da questi quesiti è nata l’esigenza di pensare ad uno strumento concreto utile agli insegnanti per affrontare le quotidiane difficoltà di gestione della classe e che facilitasse l’apprendimento da parte degli allievi. L’articolo cerca appunto di descrivere la metodologia da me adottata e la teoria a cui fa riferimento.

L’ipotesi di lavoro che sosterrò è che le emozioni e i vissuti transferali e controtransferali sia degli insegnanti che degli alunni possono essere raccolti in classe, attraverso lo strumento dell’Osservazione scritta e utilizzati nello svolgimento delle lezioni.

Insomma la carta su cui si scrivono le osservazioni può diventare utile per un insegnante almeno quanto un asino per un montanaro.

Mi sembra che sino ad ora per aiutare gli insegnanti siano stati utilizzati strumenti poco concreti e molto nebulosi, come ad esempio i consigli di classe che, senza una appropriata conduzione o con ordini del giorno densissimi, diventano spesso riunioni poco proficue sul piano operativo. Le supervisioni stesse, offerte da Psicologo, Psicoterapeuta Infantile formatosi alla SPP di Milano, formatore consulente dell’Engim.

Questo lavoro nasce da una sperimentazione condotta per 4 anni presso la scuola di formazione professionale ENGiM di Torino, grazie alla lungimiranza ed alla fiducia del suo Direttore Paolo Bornengo. Questo strumento è stato sperimentato per 5 anni nei corsi di formazione per minori drop-out, nei bienni di qualifica per baristi e elettricisti, nei corsi per adulti OSS, Mediatore Culturale, Educatore Prima Infanzia, Cad, per un totale di circa 200 ore annuali.

Psicologi, spesso sono sentite come aleatorie e “lontane” dalla classe: ho sentito spesso commenti del tipo “tante belle parole del supervisore, ma alla fine in classe per cinque ore ci devo stare io….” Quello che propongo qui è invece di partire da dati oggettivi: quali sono i fatti concreti che accadono in classe? E cosa accade dentro di noi quotidianamente in classe, mentre questi fatti accadono? La soggettività dell’insegnante è oggettivabile? Apparentemente sembrerebbe un ossimoro, come si può oggettivare qualcosa di soggettivo? Solo la scienza ….è, relativamente, oggettiva: il sole nasce ad est e tramonta ad ovest, è oggettivo. Ma se cambiamo punto di vista e guardiamo il sole dalla luna, il sole se ne sta bello fermo ed è la terra che gira su se stessa e gli gira intorno: anche questo è vero ed è molto utile conoscerlo.

Quindi, come già sapevamo, tutto dipende dal punto di vista.

Quelle che invece, credo, siano poco oggettive sono le interpretazioni che ognuno di noi da` della realtà: “Giovanni sei proprio svogliato, non mi stai mai a sentire!” ; “Smettila Lucia di fare l’impicciona nelle faccende degli altri”; “Antonio la smetti di fare casino. Sei un ragazzo dispettoso e disubbidiente!” e credo che allo stesso modo siano poco utile dire “Bravissima Marcella hai fatto un compito splendido!” Queste credo che siano frasi che diciamo spesso, ma che sono assolutamente soggettive e poco utili alla comprensione, perchè per me Giovanni può essere svogliato ma per un’altro mio collega no, così come Antonio per me può essere disubbidiente ma per altri no e la stessa Marcella può pensare comunque di non aver fatto abbastanza nel suo compito.

Quanti sono i giudizi che quotidianamente facciamo cadere sui nostri alunni (e sui nostri colleghi) senza nemmeno accorgercene? Ma se io dico: “Giovanni quando fai così mi fai proprio arrabbiare” è oggettivo? credo almeno quanto dire che il sole nasce ad est.

Il primo punto è quindi quello di distinguere quello che è oggettivo dalle nostre personali interpretazioni.

Ora cercherò di rendere esplicito il mio punto di vista, presentando del materiale come base di discussione.

Il Caso

L’allievo si chiama Giovanni. E’ un adolescente che frequenta il primo anno di un biennio di formazione professionale (per barman); è un ragazzo robusto, biondino, con i capelli a spazzola, ha l’aria sveglia e lo è, quando “vuole”.

Giovanni è anche simpatico quando è “in vena”, ma in certi momenti, diventa “terribilmente attaccabrighe” e aggressivo con alcuni suoi compagni, solitamente i più deboli della classe e con alcuni professori.

Giovanni ha un basso rendimento scolastico e rischia seriamente la bocciatura, non è seguito dai suoi genitori che, nonostante siano stati spesso convocati, sono sostanzialmente latitanti.

Il suo comportamento provocatorio e aggressivo disturba enormemente la classe e l’andamento delle lezioni. I professori hanno tentato molti modi di relazionarsi con lui, ma alla fine, sfiniti, dicono di non sopportarlo più e vorrebbero espellerlo dalla scuola prima della fine dell’anno. Non tutti i professori sono d’accordo e il gruppo di insegnanti si divide tra chi lo vuole eliminare e chi lo vuole salvare.

Giovanni di questo sembra infischiarsene, anzi “sembra sguazzarci”.

La storia scolastica di Giovanni è costellata da insuccessi (bocciato in prima elementare), abbandoni, cambi di scuola.

Appare evidente che Giovanni ha dei problemi relazionali che si porta dietro da anni. Altrettanto evidente sembra che queste sue difficoltà influenzino le sue relazioni in classe: alcuni compagni lo esaltano, alcuni sono stufi di questi comportamenti, altri sono spaventati ed anche alcuni genitori si lamentano. Però il ragazzo è “stranamente” sempre presente alle lezioni; “purtroppo fa pochissime assenze” dicono gli insegnanti.

Gli insegnanti sono esasperati: c’è chi chiede di insegnare solo alle prime ore nella classe di Giovanni, perché lui dorme, c’è chi chiede subito un insegnante di sostegno, c’è chi lo sbatte fuori dalla porta, c’è chi fa finta di nulla per quieto vivere, c’è chi lotta strenuamente per agganciarlo, c’è chi si dedica solo a lui a scapito della classe, c’è chi chiede una supervisione come se fosse la soluzione del problema…. insomma ognuno cerca di affrontare la situazione come meglio riesce.

Il terrore, che provano certi compagni ora, deve essere iniziato nelle prime settimane con qualche preoccupazione, poi con un po’ di paura, poi con una paura più grande e più frequente, per poi diventare, legittimamente, vero e proprio terrore.

E’ anche vero, credo, che le emozioni degli insegnanti di fronte ad un allievo come Giovanni, siano passate da piccole indisposizioni iniziali, magari dovute a lievi ferite narcisistiche, ad arrabbiature più frequenti, per poi diventare, sentimenti furiosi nell’ultimo periodo.

Allo steso modo Giovanni deve essere passato per gradi all’ escalation di aggressioni che ha messo in campo e che hanno portato a questa situazione esasperata. All’inizio, infatti, si alzava di frequente per andare in bagno, poi ha iniziato a rubare le penne dei compagni, poi a prenderli in giro, poi a insultarli, poi a insultare gli insegnanti, poi a mettere le mani addosso… naturalmente non in questo preciso ordine, ma questo serve a dare l’idea della progressione degli “agiti” di Giovanni.

E’ quindi possibile che i primi segnali che Giovanni ha mandato siano stati poco osservati e quindi sottovalutati.

Come già sapevamo dagli insegnamenti della psicoanalisi, le “turbolenze concrete” che accadono in classe corrispondono spesso a turbolenze emotive dei professori, che probabilmente traggono origine dalle turbolenze emotive del ragazzo.

Molti di noi hanno fatto l’esperienza di casi analoghi, vivendo emozioni come la rabbia, la frustrazione e l’impotenza. E’ possibile che questi sentimenti che viviamo noi insegnanti siano gli stessi intollerabili sentimenti che Giovanni ci proietta dentro e ci fa vivere violentemente.

Nel nostro lavoro quotidiano di insegnanti non abbiamo molti strumenti a disposizione per affrontare il Giovanni di turno, ma nemmeno la “brava” ragazza che si vuole ritirare senza un apparente valido motivo, o il giovane nell’ombra di cui alla fine dell’anno non ricordi ancora il nome, o del primo della classe che ti annoia con le sue incessanti puntualizzazioni e chiarimenti.

Prima di utilizzare questo caso per riflettere sulle implicazioni pratiche dello strumento, è necessario chiarire due termini che utilizzerò. In letteratura si possono incontrare diverse accezioni e diversi utilizzi di questi termini.

Il primo termine è Osservazione intesa secondo il modello Tavistock.

Storicamente l’Osservazione nasce negli anni ’50 da una intuizione di Ester Bick che la progetta al fine di utilizzarla come base di apprendimento del training dei futuri psicoterapeuti infantili.

In questo metodo, chiamato Infant Observation, uno studente Osservatore fa visita ad una madre e al suo bambino, dalla nascita sino all’età di due anni, ed assiste alle loro interazioni con regolarità (una volta la settimana per un’ora). Lo studente trascrive minuziosamente ciò che ha osservato e lo discute in un seminario di gruppo condotto da un supervisore esperto, dove può essere aiutato a comprendere le proprie reazioni emotive e a farne strumento di apprendimento. Questi protocolli sono poi discussi in seminari settimanali, dove a turno ogni studente presenta al gruppo la sua Osservazione, in modo che il gruppo stesso, con l’aiuto del conduttore, funga da amplificatore emotivo e cognitivo dell’esperienza vissuta .

Con questa applicazione dell’Osservazione secondo il modello Tavistock l’esperienza diventa pensabile e quindi permette un reale apprendimento.

Tale modello stimola e produce all’interno di chi lo utilizza una disponibilità ad apprendere che credo sia il nodo centrale da sciogliere nella nostra attività formativa quotidiana.

Esso si fonda, quindi, sul postulato tanto semplice quanto efficace: solo attraverso l’esperienza e la sua rielaborazione è possibile accedere ad un vero apprendimento.

Secondo questa prospettiva l’apprendimento non è solo frutto di un’acquisizione proveniente dal mondo esterno, ma è mediato dal mondo interno del soggetto che apprende.

In altri termini anche noi come il bambino, quando impariamo, entriamo in contatto con qualsiasi oggetto del mondo esterno, ma la percezione e la conseguente introiezione nella mente di questo oggetto o esperienza sono mediate dal nostro mondo interno, ovvero dalle nostre emozioni, dai nostri affetti e dalle nostre fantasie.

E’ per questo che è tanto difficile apprendere: dobbiamo mettere in discussione le nostre vecchie idee-esperienze-categorie per fare posto a qualcosa di nuovo e sconosciuto. Questo è ancora più difficile quando ci viene chiesto di superare noi stessi per entrare in relazione con l’altro, per sviluppare forme di apprendimento/lavoro cooperativo (in ambito tecnico) o ancor quanto ciò che si deve apprendere è qualcosa di angosciante e ansiogeno come il conflitto o la malattia Si tratta quindi di uno strumento ben consolidato e soprattutto concreto, per comprendere le relazioni umane.

Il secondo termine è controtransfert, anche questo preso a prestito dalla psicoanalisi. Nell’ accezione classica il controtransfert veniva considerato come un ostacolo al processo di trattamento psicoanalitico, una macchia cieca che l’analista deve eliminare per funzionare in modo efficace (Freud). Col tempo la definizione si è allargata fino a includere la totalità dei sentimenti vissuti dal terapeuta nei confronti del paziente-utente. I sentimenti di controtransfert sono quindi ora considerati come una risposta emotiva naturale, appropriata e legittima a fronte di relazioni importanti della nostra vita affettiva. Si tratta quindi di un importante strumento che tutti noi abbiamo per comprendere le relazioni umane.

Porre attenzione alle nostre reazioni di controtransfert significa essere onesti con noi stessi riguardo alla nostra personale reazione di fronte ad un allievo.

Questa nostra reazione è diversa da quella di chiunque altro perché è influenzata dalle nostre precedenti esperienze relazionali. L’ipotesi è quindi che ognuno di noi si porta dietro una storia relazionale che influenza enormemente la percezione delle relazioni attuali.

Questo significa, ad esempio, che possiamo vivere come molto aggressivo un gesto di Giovanni perché esso è legato alla nostra esperienza di vita passata, mentre per un’altro lo stesso gesto può essere visto come un gesto di affetto per lo stesso identico motivo. Come dicevamo, dipende dal punto di vista.

La domanda che si potrebbe porre a questo punto è: ma la scuola si deve occupare degli aspetti emotivi che i ragazzi portano in classe? Io credo che la risposta sia sì.

Innanzitutto perché sappiamo oramai in modo “scientificamente certo”, perché finalmente le neuroscienze hanno accertato quello che la psicoanalisi sosteneva da molto, che le emozioni influenzano profondamente l’apprendimento.

In secondo luogo per una ragione ancora più semplice: se non ci prendessimo cura anche di questi aspetti insegneremmo solamente a chi non ne ha bisogno. Insegneremmo cioè a quegli allievi, e fortunatamente ce ne sono molti, che hanno già un sostanziale equilibrio emotivo tale per sono già attenti, curiosi, indipendenti, riconoscenti…. ma la scuola chi deve formare? Se puoi vedere, guarda Se puoi guardare, osserva Se puoi osservare, sogna.

Lo strumento: Ora dobbiamo immaginare di mettere insieme questi due straordinari strumenti: scrivere delle osservazioni molto dettagliate di ciò che vediamo davanti a noi in classe, come ci ha insegnato il modello Tavistock, ma inserendo le nostre personali emozioni che proviamo di fronte a ciò che vediamo, vale a dire il controtransfert.

Scrivere sia ciò che vedono gli occhi sia ciò che sente il cuore.

Sono entrambe oggettive? Penso proprio di sì.

Ciò che vedo, seppur parziale, è innegabilmente oggettivo, sono i fatti che si svolgono davanti ai miei occhi e che io osservo e ricordo. Ad esempio: “Giovanni si alza senza permesso e viene verso la cattedra”.

Allo stesso modo ciò che sento è oltremodo obbiettivo. Ad esempio: “mentre si avvicina, provo una grande paura, ho la fantasia che sbatterà le mani sulla cattedra e mi chiedo come reagirò questa volta. Cosa gli dirò? Oddio! Spero che se ne esca subito”.

Le emozioni appunto, ma quelle che proviamo noi ancor prima di quelle che pensiamo e sottolineo pensiamo, provino gli allievi. Perché per far fronte a quelle potentissime emozioni “dobbiamo” passare prima dalle nostre: perché le nostre sono “oggettive” mentre le loro sono solo ipotizzate.

Ma come funziona concretamente lo strumento? Mi venne un giorno l’idea di chiedere ad un allievo “perché non osservi la mia ora di lezione?” e lui si mise a osservare ciò che vedeva, la volta dopo mi portò la sua osservazione scritta, la fotocopiai e la lessi in classe: il risultato fu sorprendente… Sin dalla prima lezione dell’anno scolastico il professore per primo, poi man mano il resto della classe, scriverà ciò che osserva nell’ora di lezione e porterà l’Osservazione scritta la lezione successiva, essa sarà fotocopiata e letta in classe.

La prima lezione quindi sarà il professore a tenere a mente ciò che accade in classe e dentro di lui, e a ritagliarsi, successivamente, del tempo per scrivere ciò che ha osservato. L’Osservazione è del tutto libera, senza griglie precostituite, l’unica indicazione è di scrivere ciò che colpisce.

Nella seconda lezione si individuerà un osservatore e verso la fine della lezione si leggerà l’Osservazione della lezione precedente, fotocopiata e distribuita a tutti.

Il compito da dare a se stessi e agli studenti che osservano è: osserva ciò che accade nel mondo esterno e ciò che accade nel tuo mondo interno.

Questa prima esperienza di Osservazione scritta dall’insegnante, permette da una parte di creare nella mente degli studenti un primo esempio di Osservazione e dall’altra di guardare tramite l’occhio dell’insegnante ciò che è accaduto in classe il primo giorno.

Da subito l’esperienza si rivela stupefacente agli occhi degli studenti che possono osservarsi, ricordare, riflettere e discutere su quanto è accaduto la lezione precedente.

Dalla seconda lezione in avanti, tutte le ore avranno un osservatore e saranno divise in due parti: la prima in cui, mentre il professore spiega la sua materia normalmente, un alunno osserva; ed una seconda in cui si distribuisce, legge e discute l’Osservazione della lezione precedente. Si possono dedicare tempi diversi, ad esempio quarantacinque minuti per la lezione e quindici per la lettura e commento dell’Osservazione della lezione precedente.

Man mano che il meccanismo viene interiorizzato si forma un vero e proprio ritmo all’interno della classe: non si può iniziare una lezione senza l’osservatore, non si può finirla senza aver letto e commentato l’Osservazione della lezione precedente.

A cosa può servire leggere le osservazioni? Alcuni miei studenti alla fine dell’anno hanno risposto così: “innanzitutto impariamo a scrivere in italiano, poi ripassiamo la lezione precedente, poi impariamo a vedere ciò che ci capita attorno e che cosa capita dentro la testa, le nostre reazioni”.

Io aggiungerei che esplicitando attraverso le osservazioni condotte a turno in classe, sia ciò che accade concretamente intorno a noi, sia i sentimenti di 7 controtransfert che ognuno di noi prova nelle diverse situazioni e nei diversi ruoli, si ottengono innumerevoli risultati:  Innanzitutto si crea un diario di bordo cartaceo di ogni lezione della propria materia, in cui si ripassa ogni volta la lezione precedente: “ad esempio lo vedete che nell’Osservazione di Arianna avevamo già parlato la volta scorsa di come gli etruschi…”ma questo è valido non solo per ripassare gli argomenti ma anche per sottolineare alcune ripetizioni: “come si legge nell’Osservazione di Arianna anche la volta scorsa Giovanni ti avevo detto che non si può andare in bagno senza permesso, come si legge sono più volte che ti alzi senza permesso, si vede che c’è davvero un problema su questo punto…. come facciamo a risolverlo?”  In secondo luogo gli insegnanti e gli allievi imparano a osservare ciò che accade concretamente intorno a loro: ad esempio se nell’Osservazione di Federico si legge “Giovanni è due volte che alza la mano e il professore non gli dà la parola”, è possibile che questa distrazione abbia delle conseguenze concrete. Troppo spesso si nega che gli avvenimenti avvengano in modo graduale, l’osservazione permette di vedere come i fatti si sono formati nel tempo, come le micro-sequenze che si sono saldate tra loro formando delle narrazioni molto lunghe.

Un altro vantaggio è che impariamo a osservare i sentimenti che proviamo in determinate situazioni e come questi sentimenti abbiano conseguenze concrete sulle nostre azioni quotidiane. Ad esempio se arrivo in classe dopo due ore di coda nel traffico, il mio livello di tolleranza ha una certa soglia: innanzitutto me ne devo rendere conto osservandomi. Magari lo posso anche esplicitare in modo da aiutare Giovanni a comprendere perché oggi lo sopporti meno del solito. Questa dichiarazione di sentimenti può, forse, anche far vedere a Giovanni che non ci sono “i professori perfetti”, ma che si può arrivare al lavoro stanchi e che è normale a volte esserlo.

Un ulteriore vantaggio è che ci si rende conto che le nostre azioni implicano delle reazioni emotive negli altri: attraverso l’Osservazione di Giovanni “il professore mi guarda, penso che voglia da me una risposta, non so cosa dire…”, nella lezione successiva forse puoi chiarire che il motivo per cui lo stavi guardando è che continuava ad aprire dei pacchettini di caramelle, non perché lo volessi interrogare.

Inoltre, se, come in molte scuole accade, il corso prevede uno stage, è possibile far fare le osservazioni di stage agli allievi e rielaborare l’esperienza attraverso questo strumento: gli allievi imparerebbero quindi a osservarsi in classe al fine di osservarsi poi anche nel tirocinio formativo.

Leggendo le osservazioni, emergono punti di vista nuovi a noi sconosciuti: dall’Osservazione di un compagno di classe di Giovanni: “Mentre il professore sta spiegando alla lavagna ed è girato, Giovanni si alza e tira uno scappelotto a Michelino, la classe si mette a ridere, il professore si gira di scatto ma non sa che pesci pigliare (interpretazione), così dice solo: “Ragazzi silenzio”. Michelino non dice nulla. Quello che provo in questo momento è la voglia di fare giustizia, vorrei che Michelino reagisse e, se non lo fa lui, mi verrebbe di farlo io.” Il caso di Giovanni può quindi essere affrontato dall’inizio, nel luogo in cui questi fatti avvengono e credo luogo 8 deputato per affrontarli, cioè in classe e dalle persone che le vivono e cioè la classe con i suoi insegnanti.

Le osservazioni possono essere lette dal resto del corpo insegnante che le può utilizzare non solo per riflettere su casi difficili e sulle strategie che ognuno utilizza per affrontare il Giovanni di turno, ma anche per integrare la didattica.

Un ultimo lato positivo che, nella mia esperienza è stato molto utile, è che nello scrivere le Osservazioni ci si mette in gioco, si parla di sé, dei propri pensieri, dei propri sentimenti: è un ottimo modo per conoscere quei ragazzi della classe che rimangono spesso in ombra, o al contrario è un modo per rivalutare, spesso in positivo, quegli allievi da cui non ti aspetti molto.

Indubbiamente vi è un aspetto negativo altrettanto “pesante”: l’enorme energia che serve, soprattutto inizialmente, a comprendere non tanto come funziona il meccanismo, quanto piuttosto a rispondere alla domanda “siamo disposti a metterci in gioco in prima persona?”. Inoltre le osservazioni spesso sono vissute in maniera persecutoria, quindi il loro ingresso in classe deve essere preparato progressivamente e lentamente.

Osservare le emozioni che noi stessi suscitiamo negli altri è una delle cose più stupefacenti e arricchenti che ci possano capitare. Naturalmente anche a questo si arriva per gradi, anzi potrei dire che quando ci si arriva, magari alla fine dell’anno, l’obbiettivo è stato raggiunto.

Creare uno spazio in classe facilitato dall’Osservazione, in cui si possa discutere e rielaborare, a freddo, con l’aiuto di un adulto, ciò che è accaduto nella lezione precedente, permette di digerire le pesanti emozioni che sempre si manifestano in classe e di trasformarle in qualcosa di pensabile.

L’Osservazione aiuta a digerire la difficile esperienza dell’insegnamento. Lo strumento è nato in modo casuale e le sue applicazioni possono essere molte: sbizzarritevi nel crearne una vostra, gli ingredienti base li avete, ora sta alla vostra creatività.

Bibliografia.
Credo che dovrei solo citare Freud.

Osservazione, formazione e controtransfert
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