COS’È LA PSICODIAGNOSI?

 

La psicodiagnosi si può definire come la fase iniziale di conoscenza ed approfondimento del mondo del paziente da parte dello psicoterapeuta.

È quindi un percorso attraverso il quale terapeuta e paziente arrivano insieme a definire il problema e il bisogno psicologico e quindi la necessità o meno di iniziare un intervento terapeutico e di che tipo.

Dal punto di vista dell’approccio psicodinamico è importante il fatto che si tratti di un’elaborazione congiunta in quanto lo  psicoterapeuta approfondisce e propone dei temi, che però vengono sempre discussi e definiti insieme col paziente. Lo psicologo non è infatti il detentore della verità, ma ha gli strumenti tecnici per aiutare il paziente a conoscersi, avvicinandosi a lui in modo accogliente e rispettoso.

Nella fase psicodiagnostica lo psicologo può scegliere di usare vari strumenti in base alla situazione, alla persona che incontra, al tipo di richiesta ed anche in base alla propria formazione, dato che ogni tipo di strumento diagnostico richiede una particolare formazione ed esperienza. Da un punto di vista psicodinamico la psicodiagnosi non coincide con il mettere un’etichetta o incasellare una persona, ma implica iniziare a conoscerne il funzionamento psicologico.

È un po’ come arrivare in un nuovo territorio da esplorare ed usare vari mezzi per fare una prima ricognizione e i primi rilievi per orientarsi. Il nuovo territorio è il mondo del paziente, le sue emozioni, i suoi affetti, le sue fantasie, i suoi conflitti, i suoi meccanismi di difesa, le sue relazioni e la sua storia. Il percorso psicodiagnostico è simile per bambini, adolescenti e adulti, anche se il linguaggio usato, l’approccio relazionale e i tipi di test eventualmente  proposti cambiano naturalmente in base all’età.

Lo strumento principale utilizzato dallo psicoterapeuta è il colloquio clinico che è appunto il dialogo condotto dallo psicoterapeuta, durante il quale si approfondiscono diversi temi a partire dalla richiesta attuale e attraverso il quale lo psicologo osserva “in diretta” il modo di “funzionare” del paziente a livello psicologico.

Nel colloquio il terapeuta ascolta anche le proprie emozioni che gli servono per capire l’altro. Il terapeuta può a volte scegliere di utilizzare uno o più test ad integrazione dei colloqui, perché la convergenza dei dati da più fonti può aiutare a fare una diagnosi accurata e attendibile. I test possono essere intellettivi e quindi servire per approfondire il funzionamento e il livello cognitivo o proiettivi ed hanno invece lo scopo di approfondire i vissuti interni della persona.

Con i bambini si utilizza anche il gioco come strumento fondamentale per favorire la proiezione dei vissuti interni del bambino e per instaurare il dialogo.

Nella psicodiagnosi vi sono alcune fasi. Il primo colloquio viene definito in psicologia come “analisi della domanda”, ha cioè lo scopo di analizzare la richiesta che il paziente porta allo psicologo sia a livello manifesto sia rispetto al suo bisogno più profondo. Vi sono poi i colloqui dove si approfondiscono i temi e la storia del paziente: è una sorta di breve anamnesi anche se molto diversa da quella medica. In alcuni casi vengono proposti uno o più  test e poi c’è la restituzione.

Questo passaggio finale è fondamentale per lo psicoterapeuta perché significa restituire al paziente ciò che ha portato, cioè in qualche modo ridare i preziosi contenuti che il paziente ha condiviso con lo psicologo, dopo che sono stati interpretati  e approfonditi nella psicodiagnosi. Se sono stati somministrati dei test, i risultati verranno sempre discussi col paziente, non c’è un segreto, lo psicologo condividerà i propri pensieri e le ipotesi diagnostiche e di intervento.

La psicodiagnosi infatti, come la psicoterapia, è basata sull’interazione tra persone. In fondo il paziente ci fa il prezioso dono di permetterci di “entrare in casa sua” e, come ogni buon ospite, lo psicologo deve entrarci con rispetto e senza essere invadente né giudicante.