Il termine “Hikikomori” fu coniato dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki, dalle parole giapponesi “hiku (tirare)” e “komoru (ritirarsi)”, letteralmente “stare in disparte, isolarsi”, quando all’inizio degli anni Ottanta segnalò un numero sempre maggiore di giovani che, apparentemente per una forma di apatia scolastica, interrompevano le relazioni sociali e si ritiravano nella propria stanza rimanendovi rinchiusi anche per lunghi periodi (autoreclusione). In Italia il fenomeno è emerso nell’ultimo decennio, grazie all’attenzione dei mezzi d’informazione e all’aumento di consapevolezza delle famiglie.

La definizione clinica della sindrome Hikikomori

La sindrome Hikikomori è diagnosticabile in persone che abbiano trascorso almeno sei mesi in condizione di isolamento sociale, di ritiro dalle attività scolastiche e/o lavorative, senza alcuna relazione al di fuori della famiglia. Il periodo medio di isolamento sociale è di circa 39 mesi, ma può variare da pochi mesi a parecchi anni (Saito, 1998). Di solito sono giovani di sesso maschile che decidono di rinchiudersi volontariamente nella propria stanza, evitando qualunque contatto diretto con il mondo esterno, spesso familiari inclusi. (Aguglia et al.2010). In associazione al ritiro sociale può essere presente l’utilizzo intenso di Internet o dei videogiochi, ma non è chiaro se tale aspetto sia una forma di adattamento sviluppata per mitigare la solitudine oppure un fattore che contribuisce all’autoreclusione.

Isolamento e ritiro sociale

La condizione di isolamento e ritiro sociale si insinua nella vita di tutti i giorni in modo graduale. In un primo momento la persona decide di evitare le situazioni o gli individui che non riesce a gestire, sperimentando tuttavia livelli di frustrazione e sofferenza dovuti alle valutazioni post evento e agli auto-giudizi negativi su di sé. Perpetuando questa “tecnica di sopravvivenza” le situazioni evitate appaiono sempre più minacciose e, dunque, fuggire diventa l’unico modo per proteggersi, alimentando un forte senso di inadeguatezza.

In questa prospettiva, i contesti e gli individui da evitare si moltiplicano, mentre si riducono progressivamente i contatti con il mondo esterno: assenze scolastiche, pochi amici, chiusura verso i familiari (nei casi più gravi la completa estromissione), fino alla vera e propria reclusione in casa. Aumentano a dismisura i sentimenti di frustrazione, sofferenza, vergogna e senso di colpa.

Se nei disturbi di ansia sociale la credenza di base è quella di essere inadeguati,  nelle condizioni più severe, come nel disturbo evitante di personalità, a questa percezione si aggiunge un senso di diversità ed estraneità rispetto agli altri, con la certezza di non poter condividere nulla di sé e percependosi come isolati da tutti e da tutto.

La rassegnazione

Se il continuo evitamento, mascherato da “bisogno di riservatezza”, viene accettato e/o sopportato da familiari, amici e conoscenti, e le persone che lo sperimentano lo riconoscono come unica soluzione per vivere (o meglio sopravvivere), in un mondo che non riescono ad affrontare o al quale non sentono di appartenere, subentrano la rassegnazione e la convinzione che rimanere all’interno della comfort zone (ambiente sicuro) sia l’unica possibilità.

L’intervento del professionista

In questa situazione la motivazione al cambiamento viene condizionata dalla paura di fallire. Perciò i professionisti chiamati a intervenire devono essere esperti di questa condizione, altrimenti si corre il rischio di intraprendere un percorso terapeutico non adeguato, confermando nelle persone in cura la credenza di essere “senza speranza”, estranee a un  mondo incapace di comprenderle e aiutarle, senza alcuna possibilità di cambiamento.

Dott. Jacopo Guarino

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