Premessa

Premesso che vengo consultato molto spesso più per il fatto di essere un uomo che per il fatto di essere un buon terapeuta, mi sono trovato ad avere a che fare soprattutto con bambini maschi che, trovando nella loro scatola di terapia una palla morbida volevano giocare a calcio nello studio (una stanza di terapia adeguata al gioco del pallone).

Sappiamo come talvolta le casualità della vita determinino i nostri interessi lavorativi, ad esempio Silvia Amati Sas scrive di essersi interessata alle situazioni traumatiche perché cercata dagli esiliati del Sud America in quanto parlava spagnolo e viveva a Ginevra, sede delle nazioni Unite. (setting 122011 pg 97).

Ecco, io penso di parlare bene lo slang calcistico perché nella mia storia personale il gioco del calcio ha rivestito una grande importanza e mi ha coinvolto sin da piccolo e sono convinto che i miei pazienti usino con me questo canale comunicativo perché sentono che con me, per le mie caratteristiche fisiche, di genere e personali quello è un terreno accessibile e di scambio. Trovo infatti molto utile recuperare un rapporto con la propria infanzia sia nella propria analisi sia nella stanza di analisi infantile dove è proprio nell’incontro tra questi due mondi che si incarna la relazione terapeutica.

Il calcio muove molte persone e molti soldi perché è uno sport emozionante. Se il bambino e l’analista riescono a trasportare queste emozioni “nel campo” e a trasformarle in un modo condiviso di comunicare le loro emozioni, ecco che gli “incontri” possono diventare terapeutici. Così è necessario avvicinarsi con curiosità a questo mondo come io mi sono dovuto sforzare di interessarmi al mondo delle Winks o a quello della cucina con le bambine che ho in terapia, in cui il mio pensiero di contrappunto è “ma come faccio a giocare per così tanto tempo a cucinare?”. Sicuramente il gioco del calcio mi viene meglio, semplicemente per la mia storia personale.

Breve cornice teorica

Vorrei prima di presentare alcune vignette cliniche, brevemente tentare di definire la cornice teorica psicoanalitica dentro la quale si muoveranno le azioni della partita. Un po’ come definire lo stadio e le regole del gioco. Ci sono molti stadi dove giocare le partite, essi per me hanno, molto sinteticamente, le fondamenta nelle concettualizzazioni di Freud (riferite all’analisi del caso del Piccolo Hans, avvenuta non direttamente ) sulle cui spalle si sono appoggiati i maggiori analisti infantili dalla Klein a Winnicott, ai miei maestri Italiani quali Ferro e Vigna-Taglianti.

Lo stadio dove io mi sento di giocare in casa e che ho trovato personalmente molto fecondo (non può essere diversamente data la mia storia analitica) è l’incontro tra le innovative idee Kleiniane, quelle di Bion e la teoria del campo dei Baranger. Trovo pregnante la sintesi che ne fa Ferro: “tra paziente e analista si costituisce un campo relazionale ed emotivo all’interno del quale si creano aree di resistenze della coppia, che solo un lavoro di working trought dell’analista può sciogliere, ma questo spesso non basta, proprio perché il controtransfert è inconscio; ma se è vero che il paziente sa sempre cosa l’analista ha in mente (Bion 1983), ne coglie e descrive allora i movimenti di allentamento e avvicinamento: ne deriva che la gemmazione dei personaggi della seduta si pone come lo sviluppo del controtransfert del paziente, “miglior collega”, che acquista la funzione di segnalare di continuo quanto avviene nel campo, da vertici a noi assolutamente sconosciuti, che dobbiamo fare nostri ed elaborare per consentire una autentica trasformazione delle forze emotive presenti e costituenti il campo stesso”. (Ferro 1991 a).

Dall’altra parte condivido la visione di Vigna-Taglianti ed altri (Atwood e Stolorow 1997, Renik 2006), presentata alla SPP nel 2010, di una psicoanalisi sempre meno legata ad una metapsicologia esaustiva e sempre più vicina ad una buona pratica analitica vicina al paziente. Alle osservazioni sul gioco del calcio vorrei infine, brevemente, anticipare una considerazione sulla teoria del gioco a cui faccio riferimento. Il gioco nasce dall’incontro tra la mamma e il suo bambino sin dall’inizio della loro relazione. Tutta la tradizione psicoanalitica che fa riferimento alle Infant Observation Inglese per arrivare a Stern e Fonagy (1977, 1985) ha ben evidenziato come il gioco sia l’elemento centrale dell’incontro tra la mente della mamma e quella del bambino. Esattamente come la favola, il gioco è in grado di creare quello spazio transazionale Winnicottiano che permette alla coppia di vivere delle emozioni ma in forma contenuta e di conseguenza ne permette la simbolizzazione.

Nelle Infant Observation che ho condotto mi sono trovato ad osservare le diverse letture che le mamme danno ai fisiologici calcetti del loro bimbo: alcune mamme le interpretano sul versante persecutorio, come un atto aggressivo contro di loro :“Ma come! mi tiri i calci! mi vuoi mandare via! Cosa ti ho fatto?” oppure “questo bambino scalcia e morde come un cavallo!”. In molti protocolli ho osservato come gli adulti facciano fatica a giocare con i normali calcetti dei bimbi. Questi bimbi avranno probabilmente una esperienza di una mamma spaventata dalla loro aggressività, che non riesce a giocare e a trasformarli in un gioco, magari facendogli fare la bicicletta o mordicchiandoli, o mettendogli i capelli sopra dicendo “Ecco un piccolo giocatore di calcio!”.

Sappiamo bene, come i bambini che vengono da noi, soprattutto quelli più gravi, sono quasi incapaci di giocare perché non hanno avuto una sufficiente esperienza di rèverie materna. Questa esperienza è quella che cercano nella psicoterapia. Una esperienza che gli permetta di bonificare quei contenuti terrificanti che sappiamo popolare normalmente il mondo interno del bimbo. Sono i contenuti angoscianti delle favole più lette: invidie per la gioventù e bellezza delle figlie, streghe vendicative disposte a tutto, rapimenti di neonati, uccisioni tra fratelli per il potere, abbandono dei figli da parte di padri per nuove mogli. (Betthleleim 1975).

Queste favole così preziose per la crescita del mondo interno del bambino assomigliamo molto a ciò che accade anche nella realtà del campo di calcio. Dai campetti di periferia agli stadi, la domenica, gli aspetti più arcaici dell’uomo trovano il loro spazio e anche nelle persone più tranquille, nei padri più pacati e premurosi (forse soprattutto in quelli) emerge il troglodita che è in noi. In campo molti si trasformano e regrediscono a livelli primitivi, dominati da istinti primari quali l’aggressività, la vendetta, la legge del più forte. Questi istinti, in fondo, sono contenuti all’interno del campo, e in questo senso il calcio diventa una valvola di sfogo che la società ha pian piano strutturato per persone poco integrate, che mettono lì dentro tutte le loro frustrazioni e poi tornano a casa più leggeri e sollevati. In questo senso il calcio, come una volta era l’esercito, a mio avviso, ha anche un ruolo catartico e forse terapeutico se contenuto all’interno dello stadio.

Ma tornando alla psicoterapia infantile, il campo di calcio, come le favole, con i suoi ancestrali contenuti emotivi, che spesso vediamo nei filmati in tv, quali giocatori aggressivi o giornalisti verbosamente violenti o ultras pazzi, può essere un buon appiglio per simbolizzare, nel gioco, parti normalmente terrorizzanti del mondo interno del bambino.

Chiunque abbia frequentato questo mondo sa come esso sia grezzo, ma altrettanto vivo ed emozionante, proprio come un elemento beta Bioniano ed è per questo, secondo me che muove così tante persone e interessi.

Esemplificazioni

Descriverò ora alcuni momenti in cui mi sono trovato a giocare. Un pò come la domenica sera in tv: vedi solo le azioni rilevanti, gli high light della partita. Sono solo istanti che prescindono dal corso di una intera partita-seduta o del campionato- psicoterapia che possono essere utilizzati più come spunti di pensiero, come attivatori preconsci che possono diventare un volano per nuove idee, più che come esempi.

Partirò dalle situazioni più gravi, difese e chiuse per arrivare a quelle più aperte e coinvolgenti della relazione. In questo processo si vedrà come molto spesso al terapeuta è chiesto sempre un maggior coinvolgimento e sempre una maggiore fatica fisica, a mio parere inversamente proporzionale alla fatica mentale.

Sul lato più vicino alla zona della mente evitanteautisticoide ci sono le sedute in cui il bimbo entra in stanza e quasi senza accorgersi della tua presenza, apre la scatola, vede la palla e la spara dappertutto, sembra una palla impazzita: sembra di stare nella pubblicità della “palla pazza che strumpallazza”. In questi casi, col tempo, ho tentato di indirizzare la palla verso un cestino o verso una porta o costruendo sul muro con lo scotch un rettangolo per vedere se il bimbo è in grado di cercare un contenitore dove mettere questa parte “pazza” e incontrollata. Accanto a questi pazienti più vivaci, sempre però restando sul versante di chiusura, ci sono bimbi per cui il calcio non è agito ma guardato al computer portato in seduta. Il bimbo è attaccato al gioco e dal gioco, sia nel suo significato di aggrapparsi, ma anche di sentirsi assalito. Attaccato alla PSP, nella duplice accezione: essere attaccato e venire attaccato. Mi sono trovato, anche per mesi interi, a osservare il bimbo giocare da solo senza riuscire a staccare la spina, come se quell’oggetto elettronico lo tenesse in vita come un cuore artificiale.

In questi casi, in cui l’angoscia dell’incontro è molto alta, il lavoro,spesso, è stato quello di sopportare lungamente che la chiusura alla relazione si realizzasse e che seduta dopo seduta pian piano la paura persecutoria diminuisse e aumentasse la fiducia nelle possibilità della coppia terapeutica. Quel che sono riuscito a fare, oltre a tenermi vivo con le fantasie più disparate, è, molto delicatamente interessarmi al gioco virtuale, magari alla fine della seduta chiedendo: come sono andate le partite? I marcatori? Il clima dello stadio? Pian piano siamo arrivati a fare delle statistiche, anche scritte, fare cioè quello che fanno quasi in tutte le trasmissioni sportive televisive dove autisticamente per ore fanno una ossessiva competition analisis di ogni dettaglio di una singola partita.

In un secondo tempo, proprio come nel calcio, con i bimbi che giocano da soli con la PSP, ho tentato di spostare la propria sedia accanto alla loro e ho guardato le interminabili partite insieme a loro facendo magari una telecronaca e pian piano aggiungendo coloriture emotive alla partita. Cercando di intrecciarle alle esperienze condivise che accadono nel campo analitico tipo “la Juve è schiacciata dal Palermo” quando sentivo che gli stavo troppo addosso oppure “oddio chissà che tensione prova Del Piero nel calciare questo rigore!”.

Ho imparato molto da queste trasmissioni o dai giornali specializzati. Ecco alcune frasi, come un breve glossario che ho utilizzato in seduta: Grandi Emozioni all’Olimpico! Mohurino salvaci tu! Tra Moratti e Ranieri è crisi! Toro Scatenato etc etc… Molte sono le “interpretazioni insature” (Ferro 1992) possibili, quelle sopra riportate sono tratte direttamente da La Gazzetta dello sport: può essere un modo diverso di leggere e dare un senso al quotidiano più venduto in Italia! Tanto basta leggere solo il titolo di centro pagina!

Ad un paziente che aveva già visto altri terapeuti in una delle sedute di assessment ho commentato “L’Inter sta vivendo una crisi di identità oramai da molto tempo, il presidente Moratti in pochi mesi ha cambiato già 4 allenatori! Finalmente oggi si è accorto che la crisi è strutturale! Ha dichiarato “Ci vuole un lavoro lento di ricostruzione della società dalle fondamenta, ma i tifosi avranno la pazienza di aspettare tanto tempo?” “Oggi abbiamo un Milan senza idee!” potrebbe essere la traduzione del pensiero bioniano “noi possiamo diventare mentalmente assenti, quando non ci piace quello che sta dicendo il paziente” Per iniziare a mettere in parole l’angoscia per la follia: “Pazzo Pazzini fa 3 goal!”

Ho usato molto con un bimbo che era spesso picchiato e che arrivava pieno di lividi, l’entrata in campo del massaggiatore con la barella per evidenziare il dolore fisico ed il rischio di non sentirlo ”ecco che Gigi Buffon colpito è a terra, entra in campo il medico sportivo ma lui stringe i denti e si rialza è stato colpito duramente è pieno di botte e lividi ma lui sembra non accorgersene…il medico gli consiglia di uscire…”
Per mettere in evidenza aspetti narcisistici “ma questo giocatore è un pallone gonfiato! Guardate come si atteggia davanti alle telecamere1!” Osservare e commentare come una squadra giochi in difesa è stato uno spunto molto intuitivo per leggere le difese del paziente (si arrocca? È un colabrodo? È arcigna?). “Devastante Inter! Rabbia Juve! Orgoglio Granata! Milan schiacciasassi! Atalanta nella gabbia dei leoni!” Potrebbero essere la traduzione calcistica della famosa frase Bioniana “nella seduta analitica si ha a che fare con due animali feroci e pericolosi” (Bion 1978-1980).

Quando sentivo che c’erano delle performance che il paziente non riusciva ad affrontare secondo le aspettative: “chissà come sono dispiaciuti dopo una sconfitta così cocente…?!”, quando pensavo che potessero esserci nella stanza sentimenti depressivi, oppure prima delle vacanze “Oddio dopo un campionato a così alti livelli il presidente mica venderà quel giocatore così importante…o riusciranno dopo le vacanze a ritornare sui livelli di prima?” “certamente mancheranno ai tifosi queste emozionanti partite.” Infine gli autogol possono essere usati per avvicinarsi ad aspetti di natura più autodistruttiva: “attenzione con questo autogol: il Toro sembra farsi del male da solo!”

Tutto questo mi è servito anche per ravvivare un tempo che spesso ho vissuto come mortifero. In cui non si fa altro che guardare l’ora e fare il conto alla rovescia dei secondi che mancano alla fine della seduta. Quando questo primo stadio di isolamento è pian piano superato, non è detto che questo accada velocemente, diventa possibile chiedere al paziente, ad esempio, di fare il replay di certe azioni viste sulla Psp per spingerlo ad abbandonare il sostituto virtuale e provare a giocare lui stesso nella stanza, commentando, magari con una telecronaca, le sue gesta.

Altre volte mi è capitato di iniziare a giocare direttamente con il paziente. In questi casi, molto spesso, ho impersonato la squadra che perde. La squadra fragile, piccola ed incapace che è umiliata, disprezzata e derisa; mettendo in parole sentimenti quali essere travolti dall’avversario, la tristezza delle sconfitta l’umiliazione dei cori dello stadio, il piantorabbia del presidente della società.

Quando si inizia a giocare concretamente in due a calcio è necessario fare intervenire immediatamente un terzo: l’arbitro. Negli anni ho trovato questa figura molto importante e nella mia mente si è sempre più ben definita. Egli deve essere giusto e imparziale, deve fare rispettare le regole in campo e non farsi spaventare dagli attacchi dei giocatoriallenatoritifosi. Ce la si può prendere con lui, gli si grida di tutto ma lui rimane giusto e fermo, non giudica chi ha commesso il fallo, semplicemente fa rispettare le regole, e questo glielo faccio anche dire, perché se no non si potrebbe giocare!

Iniziando a dare voce a questi personaggi pian piano il paziente acquisisce un linguaggio sportivoemotivo per segnalarci le variazioni del clima della seduta, come quella volta, in cui ero molto affaticato e stanco e un bimbo mi disse: “oggi c’è una sola squadra in campo!”

Vediamo ora un caso clinico un po’ più da vicino: Iacopo

Iacopo è un ragazzo che è giunto alla mia osservazione all’età di 11 anni, perché a scuola era isolato dai compagni. Bello, occhi azzurri e un caschetto biondino ben pettinato, era spesso vestito come un quarantenne con camicia e pantaloni da uomo. Parlava anche come un adulto sempre serio e rigoroso nei ragionamenti, un wise baby Ferencziano, un bambino precocemente saggio. I primi mesi li abbiamo passati come due adulti che due volte la settimana prendono il the delle cinque discutendo dei principali avvenimenti sportivi, soprattutto calcistici. Commentavamo il campionato Italiano e la Champions. Quello che mi sorprendeva era che, pur non avendo mai toccato un pallone, Iacopo conoscesse perfettamente tutti i nomi dei giocatori di serie A ed Europei (suo padre era un grande appassionato di calcio drammaticamente morto alcolizzato), conosceva i risultati, e le classifiche. In queste sedute io ero attraversato da una identificazione proiettiva dei suoi aspetti morti, così ero talmente annoiato che quando lui usciva per andare in bagno mi sono anche addormentato, oppure dovevo lottare con il mio corpo per tenermi vivo.

Dopo qualche mese, non ricordo bene come, abbiamo iniziato a giocare a calcio. Ma in un modo molto originale, direi ingessato. Rimanevamo sempre seduti uno di fronte all’altro, su un foglio di carta tracciavamo il contorno del campo, con le aree, con le porte e con i pennarelli duellavamo finché uno dei due non faceva un goal. Questo gioco ha portato una ventata di vita e di infanzia nella stanza. Abbiamo costruito una società formata dai nostri due cognomi che erano anche assonanti, tipo la RossoRicci. Avevamo un budget, compravamo e vendevamo giocatori, giocavamo il campionato e la Champions, vittorie e sconfitte, sponsor etc. Contemporaneamente Iacopo si è fatto un amico ed ha iniziato ad andare allo stadio con lui per vedere dal vivo e tifare la sua squadra del cuore. Anche a scuola pian piano si è meno isolato ed ah iniziato a scherzare con gli amici.

Ecco alcune frasi tratte dai giornali sportivi dell’epoca, (che noi scrivevamo alla fine delle sedute):

La partita tra la RossoRicci e il Real Madrid finisce 44 con tantissime emozioni!! Nonostante la splendida partita della RossoRicci la giornalista sportiva Gianna Casta (sua professoressa alle medie) dà delle valutazioni tremendamente basse alla nostra squadra di casa! Sarà di parte? Perché? Lo scopriremo nella prossima puntata…

La RossoRicci pareggia contro il Barcellona 44 ma riesce a passare il turno. Purtroppo il presidente è stato coinvolto in una rissa contro Gianna Casta che si è dimostrata una terribile lottatrice di Judo e il video su You Tube ha fatto il giro del mondo distruggendo le risorse finanziarie del nostro presidente: Ora il video è stato distrutto e il presidente sta cercando un avvocato per difendersi!

Con lui la terapia è durata diversi anni e verso la fine, come più grande acquisto “sbagliato”della nostra società, ma con mia grande gioia, abbiamo comperato Omer Simpson!

Omer, anche se nessuno crede in lui, all’inizio si dimostra una vera sorpresa un vero talento, segna due goal al Manchester United, che ci permettono un passaggio del turno all’ultima giornata. L’allenatore Prandelli (in quel caso molto probabilmente io) era l’unico che credeva in Omer! ed alla fine Omer si rivela un eroe per la squadra e per i tifosi! Ma successivamente per colpa del presidente che gli offre una birra per la bella prestazione Omer inizia a bere e va in campo talmente ubriaco che deve essere portato via a forza (esperienze che lui aveva vissuto con suo padre). Accanto crescono dei personaggi nuovi: il giovane portiere Cascitelli che è un talento a parare ogni tiro (avete presente il successo di Holi e Benji?): un ragazzo di soli 16 anni che salva da solo tutta la squadra; il giardiniere che ogni giorno innaffia il campo della squadra; i tifosi che si incazzano..etc etc

Intanto Iacopo si è iscritto ad un corso di teatro, recita ed esce con una ragazza…

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